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Sinner instinct

Pubblicato il 9 novembre 2019

Volare un po’ più del lecito con la fantasia, stavolta, non appare così rischioso, perché uno come Jannik Sinner, l’Italia del tennis non era mai riuscita nemmeno a immaginarlo. Uno con quel talento nel braccio, quella testa perfetta per un atleta professionista, quel carattere che pare disegnato apposta per incantare le folle. Un po’ Alberto Tomba e un po’ Valentino Rossi, con la testa ben piantata su spalle che si devono ancora costruire attraverso tanto duro lavoro, e con il cuore pronto a proiettarsi oltre gli ostacoli, ben consapevole che non sarà soltanto crescita, soltanto gioia, ma che a ogni caduta ci sarà qualcosa da imparare. Jannik affronta con questo spirito, fatto più da curiosità che da timore, la finale delle Next Gen Atp Finals di Milano contro Alex De Minaur. Una partita a cui arriva dopo aver strapazzato in semi un ragazzo in grande progresso come Miomir Kecmanovic, prima illuso da una partenza incerta dell’azzurro e poi travolto da un avversario che, per farla breve, è semplicemente più forte. Del resto non servono troppi giri di parole, per parlare di Jannik. Non ne fa lui quando parla, che davanti ci sia coach Piatti, un giornalista o un appassionato. Dobbiamo imparare a non farne noi quando scriviamo o parliamo di lui, per dire che siamo di fronte a un talento da numero 1. Probabilmente senza precedenti nella storia del tennis italiano.

NESSUN TIMORE DEL CAMBIAMENTO

Ciò che potremmo riassumere come ‘Sinner instinct’ è esattamente riconducibile a quest’ultimo aspetto: l’estrema serenità mista a consapevolezza che trapela dalle sue parole, dai suoi gesti. Fa tutto semplice, Jannik, e per questo fa tutto bene. Non importa che sbagli, ogni tanto. Perché l’errore diventa lezione per il punto successivo. Un traguardo che per alcuni non arriva mai, per altri arriva dopo anni di lavoro. Lui se lo porta da casa, dalle sue montagne, dalla crescita in una famiglia semplice capace di educarlo al rispetto di ogni cosa: delle persone, del lavoro, della vita. “Quando è arrivato a Bordighera per la prima volta – spiega Max Sartori, il coach del suo conterraneo Andreas Seppi – non ha fatto una piega, malgrado l’ambiente fosse decisamente diverso da quello di Sesto, in Val Pusteria: lasciare i monti per trovare il mare. Non ha mai cambiato il suo modo di essere, il suo atteggiamento positivo, la sua voglia, quasi necessità, di attivarsi per scoprire ciò che più gli piaceva. Eppure era nel pieno dell’adolescenza, quando certi cambiamenti possono destabilizzare”. Il suo essere speciale è proprio nel fatto che nessun contesto lo spaventa a sufficienza per minare le sue sicurezze. Non le prime vittorie nel circuito, non un match con Wawrinka agli Us Open su un campo come il Louis Armstrong, che fa tremare le vene ai polsi a gente ben più navigata. E per non farsi mancare nulla, spunta anche uno spiccato senso dello spettacolo, emerso per esempio dalla volontà di fare gli auguri di buon compleanno a coach Piatti in diretta tivù, via cuffia, dando al tecnico comasco un regalo inatteso. Da domani l’Italia del tennis si concentrerà, giustamente, su Matteo Berrettini alle Atp Finals. Ma Sinner è già pronto a scrivere altre pagine di storia.