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SINNER, PENSIERI E PAROLE

Pubblicato il 17 settembre 2019

La notizia migliore è che all’intervista post match ci arrivi arrabbiato, al termine di una sconfitta a testa altissima contro un avversario che ha 13 anni in più, è numero 57 al mondo e gioca praticamente in casa. “Non sono deluso, sono arrabbiato – ribadisce lui a scanso di equivoci – perché potevo vincerla e non ci sarebbe stato nulla di straordinario”. Quella che a una prima distratta lettura potrebbe sembrare una frase ai confini della sfrontatezza, in realtà è tutt’altro. Jannik Sinner ha semplicemente molto chiaro il suo percorso, sa perfettamente il motivo per cui sta facendo tutti i sacrifici che si impongono a un ragazzo di 18 anni mentre tenta la scalata al mondo dello sport di alto livello. E ogni parola, come ogni colpo e ogni movimento, la pesa col dovuto rispetto, eppure senza timore. “Non credo di essere meno forte di Kukushkin – spiega in merito al suo rivale di turno – ma lui è un giocatore di quelli che devi battere, perché non ti regala nulla. Ha un rovescio strano ma efficace, che ti arriva sempre con un po’ di taglio sotto e ti toglie il ritmo. Ho sprecato tante palle break, ho sbagliato troppo. Sarà una lezione, alla prossima farò meglio”.

VERSO LE NEXT GEN FINALS

Ascoltare Jannik, che peraltro negli ultimi mesi si è alzato e irrobustito, è un’esperienza che resta impressa, tanto quanto vederlo in campo. Che il torneo sia un Challenger o l’Atp 250 di San Pietroburgo (il più ricco al mondo della categoria) importa poco. Lui non cambia mai la sua personalissima musica, fatta di gesti misurati e parole centellinate, ragionate una per una. Senza lasciarsi andare a un’euforia che sarebbe persino logica, in particolare nel giorno in cui ha saputo di aver ricevuto un invito per essere tra i protagonisti delle Next Gen Atp Finals di Milano, il prossimo novembre. “Ringrazio la Federazione che mi dà questa grande opportunità di giocare con i migliori Under 21 al mondo – dice mentre, si capisce, rimugina ancora su quel match appena perso – ma in fondo spero di riuscire a entrare nel torneo senza aver bisogno della wild card. Non sono lontano dall’obiettivo e di tempo ce n’è ancora. Mi auguro di farcela anche per lasciare il posto a un altro giocatore italiano, sarebbe meglio per tutti”.

GLI US OPEN E STAN

A dargli ulteriore sicurezza c’è un passato recente a stretto contatto coi campioni, quelli veri. Come Stan Wawrinka, incrociato a New York in una partita chiusa dall’elvetico in quattro set ricchi di qualità e di coraggio. “Nelle qualificazioni avevo rischiato molto contro Galovic – ricorda Jannik riportando il tema, come sempre, ai fatti concreti – ma in seguito mi sono sciolto, e già all’ultimo turno preliminare avevo alzato il livello. Contro Stan è stata una bella esperienza, senz’altro utile a capire come funziona in quei tornei, contro quel tipo di avversario. La prossima volta che mi ricapiterà avrò più informazioni su cui poter costruire qualcosa”. Eppure l’obiettivo non è facilmente misurabile, non è la classifica e non sono i risultati. “Entrare nei 100 già quest’anno in fondo è possibile, ma non è un’ossessione, tutt’altro. Se non capiterà quest’anno capiterà il prossimo, o quello dopo ancora. Non è questo il punto”.

70 PARTITE, ZERO PRESSIONE

Il punto è giocare quelle famose 70 partite di livello medio-alto che il Team Piatti e coach Andrea Volpini avevano messo come traguardo stagionale a inizio anno. Quella di San Pietroburgo era la numero 64. “I sacrifici non mi pesano, anche se stare lontano dalla mia famiglia non è semplice. Mio padre lavora tutto il giorno, mia madre lavora tutto il giorno, mio fratello… beh sì (primo sorriso dell’intervista, ndr), lavora tutto il giorno pure lui. Non si possono porre troppi problemi riguardo la mia carriera e il mio percorso, ma questo può essere un bene perché restano lontani da un certo tipo di pressione che è normale a un certo livello. Loro sono contenti del mio cammino, dei miei risultati, ma non c’è nessun tipo di aspettativa particolare”. Intanto, al crescere del ranking e della qualità dei tornei, aumentano le attenzioni per quei dettagli che fanno la differenza. “È normale – chiude Jannik – ma non mi spaventa. Fino a un certo punto puoi salire più in fretta, poi serve pazienza. Il mio obiettivo non è vicino ma è molto chiaro”. Sipario. Applausi.