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NOTTE BIANCA

Pubblicato il 8 settembre 2019

Eppure di segnali ne erano arrivati, tanti e in momenti diversi. Solo che, presi come eravamo a osservare la girandola di promesse mancate del circuito femminile, non ci stavamo accorgendo che lì in mezzo poteva pure nascere una stella di prima grandezza. Una di quelle che quando c’è da vincere non si spaventano. Fa più rumore il titolo conquistato da Bianca Andreescu nella sua prima partecipazione agli Us Open (e alla quarta Slam), che non l’ennesima sconfitta di Serena Williams a un passo dal Major numero 24. E già questo basterebbe per dare conto della portata dell’evento andato in scena sull’Arthur Ashe. Stavolta Serena non può tirare in ballo crisi di nervi, arbitri o ingiustizie, perché la sua avversaria è stata semplicemente di un’altra categoria. Sarebbe potuta finire 6-3 6-1, se la canadese nata a Mississauga avesse concretizzato il match-point avuto nel settimo game del secondo set. Invece ha dovuto rimandare il trionfo di una manciata di minuti conditi da qualche spavento. Ripresa sul 5-5, ha mostrato due cose: di avere un carattere da fuoriclasse, in particolare se pensiamo che stiamo parlando di una ragazza di 19 anni, e di avere un tennis tecnicamente superiore. Una sorta di Williams 2.0, capace di affiancare mano educata e brillantezza atletica alla capacità di fare a botte da fondo.

I SEGNALI DI GRANDEZZA

Di segnali ne erano arrivati sì, da questa ragazza che a fine 2018 era ancora numero 178 del mondo (con un po’ di infortuni a frastagliare il percorso), e che domani si ritroverà proiettata al numero 5, vicinissima al numero 3 e non troppo lontana dalla vetta. Il 2019 si era aperto con una finale ad Auckland, nel primo Wta dell’anno, dove era partita dalle qualificazioni ed era arrivata a sfiorare il titolo. Ed era proseguita con un crescendo da fenomeno, tra la qualificazione a Melbourne, la vittoria nel 125 mila di Newport Beach e la semifinale di Acapulco. Una escalation culminata con quello che pareva poter essere l’ennesimo exploit isolato di una new entry in un grande torneo, quello di Indian Wells. Invece no, quello non era un fuoco di paglia, non era un bluff o un frutto della scarsa vena, voglia o preparazione delle avversarie più blasonate. Bianca ha mostrato in seguito di essere salita a un livello di sicurezza, tecnica e mentale, tale per cui oggi è lei a comandare costringendo le altre ad inseguire. Ha vinto a Toronto approfittando del ritiro di Serena in finale, ma quando l’ha ritrovata non ha avuto nessun tipo di timore nel doversi ripetere, malgrado la sua rivale fosse tornata in forma perfetta.

DILEMMA SERENA

Sa vincere nella lotta, la canadese di genitori rumeni, e sa vincere imponendo il proprio ritmo. Sa affiancare una sana e vivace fantasia latina alle caratteristiche di una picchiatrice moderna. E non ha paura. Non ha mai tremato, nemmeno di fronte a situazioni che un po’ di ansia, inevitabilmente, te la portano, in pancia e nella testa. Di fronte a tutto questo, è passata in secondo piano quella che in altri tempi sarebbe stata considerata come la vera notizia del giorno, la sconfitta della Williams nel torneo che vinse per la prima volta nel 1999, vent’anni fa. Serena ha fatto 23 a Melbourne, nel 2017, poi per quattro volte si è vista respinta sul traguardo, due a Wimbledon e due a New York. Non si capisce bene quanto le pesi questo record che è così vicino ma che sembra lontanissimo, i 24 Major di Margaret Court, o quanto invece la quasi 38enne americana senta le giovani emergenti col fiato sul collo. Una volta la Osaka, una volta la Andreescu, una volta chissà chi. Anche se le sconfitte con Halep e Kerber, che proprio novità del Tour non lo sono, fanno propendere per la prima ipotesi, sempre peraltro respinta al mittente dall’entourage della diretta interessata. Adesso le domande, in questo pazzo circuito in rosa, si moltiplicano. E molte di queste riguardano proprio il futuro di quella che vorrebbe diventare – ma per i numeri non è ancora – la più forte di sempre.