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NON SARÀ SEMPRE NADAL

Pubblicato il 7 settembre 2019

No, non sarà sempre così. Non sarà sempre che ti trovi davanti un tale che quando è sotto per 4-0 al tie-break e tu stai giocando come baciato dagli dèi, replica con la stessa intensità e la stessa convinzione che uno normale avrebbe a risultato invertito. Non sarà sempre che persino tirando comodini col tuo colpo teoricamente debole, in risposta ti arriva un diritto mancino stretto a duecento all’ora capace di farti perdere non solo il set, ma pure il lume della ragione. L’eccezionalità di Rafael Nadal, da sempre, è questa: non arrendersi nemmeno di fronte all’evidenza. Lo sapeva, del resto, Matteo Berrettini. Sapeva di dover affrontare non semplicemente un avversario difficile, ma colui che negli ultimi tre lustri ha spostato un po’ più in alto l’asticella della fatica, della resistenza, del coraggio.

RAFA DELUXE

Nella sconfitta, la vittoria di Berrettini è stata aver costretto Rafa a tirare fuori il meglio di sé. Perché non sarebbe bastato un buon Nadal, per vincere la partita e arrivare in finale agli Us Open. Serviva un Nadal versione Federer, inteso come quello capace di battere lo svizzero 24 volte su 40. Intoccabile sul proprio servizio, ha saputo neutralizzare la battuta di Matteo a costo di mettersi a rispondere più vicino all’aeroporto di LaGuardia che alla linea di fondocampo. Ha mantenuto un ritmo folle, ha sbagliato poco o nulla, ha messo in scena lo spettacolo già mostrato nelle altre 18 occasioni in cui ha saputo vincere uno Slam. In sostanza è stato lui al quadrato, e tutto sommato si tratta di un ulteriore attestato di stima per il suo avversario. Ché quando dalle parti di Manacor avvertono un pericolo, sanno bene cosa fare per anestetizzarlo.

SEMIFINALE ALL’OTTAVO SLAM

L’eccezionalità di Berrettini, per contro, è stata quella di non essersi mai tirato indietro, di non essere mai andato con la testa fuori dal match. Non quando ha dovuto annullare palle break a pioggia, non quando è stato ripreso e superato in volata in quel primo set poi rivelatosi poi fatale, non quando ha ceduto il servizio e ha concesso pure il secondo parziale. Se l’è goduta fino alla fine la partita, Matteo, come un premio. Come un regalo che è tutto tranne che frutto delle coincidenze. Raggiungere una semifinale Slam a 23 anni e all’ottava apparizione in un Major non è cosa banale. Prove a supporto? Eccole. Roger Federer ha vinto Wimbledon al suo Slam numero 17, ma prima non era mai andato oltre i quarti. Novak Djokovic ha centrato l’approdo tra i primi quattro al decimo tentativo (al Roland Garros), Andy Murray al dodicesimo (agli Us Open). L’eccezione? Lui, Nadal, che a Parigi vinse quando era alla sesta presenza negli eventi che fanno la storia del tennis.

PAROLA A MEDVEDEV

Difficile avere qualche rimpianto da portare a casa, e in fondo è meglio non pensarci troppo. Perché nemmeno vincere quel primo set (che in effetti si poteva vincere) avrebbe dato garanzie. Davanti c’erano ancora due parziali da conquistare per completare l’opera, e soprattutto ci sarebbe stato comunque lo stesso Rafa, uguale a quello che è stato nella vittoria, uguale a quello di sempre. Così è meglio concentrarsi su quello che di buono queste due settimane hanno consegnato a Berrettini, al suo team e al tennis italiano: non solo un risultato da ricordare ma l’inizio di una nuova era. Ora la scena, per chiudere lo Slam newyorchese, passa ad altri. Passa a Daniil Medvedev, che in comune con l’azzurro ha l’età, e che arriva dall’estate più bella della sua vita: finale a Washington, finale a Montreal (e sconfitta, netta, con Nadal), titolo a Cincinnati. E ora l’ultimo atto a Flushing Meadows, che comunque vada gli consegnerà la posizione numero 4 al mondo, giusto dietro ai tre fenomeni. Tocca al russo tentare l’impresa di impedire il successo numero 19 di Rafa, che porterebbe il maiorchino a un solo gradino da Re Roger. Quanti sogni fioriscono, a New York.