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MATTEO NELLA STORIA

Pubblicato il 3 settembre 2019

Sono tempi meravigliosi. Matteo Berrettini riporta l’Italia nei quarti di finale degli Us Open di New York, 42 anni dopo Corrado Barazzutti. E nella sua vittoria contro Andrey Rublev, spauracchio alla vigilia e ridimensionato alla prova del campo, è praticamente perfetto. Se escludiamo una prima di servizio che fatica a entrare nei momenti cruciali (e un doppio fallo quando sta servendo per il match sul 6-5), per il resto il 23enne romano confeziona una prestazione che nemmeno nei sogni. Diritto a livelli mostruosi per velocità, cambi di ritmo e precisione; rovescio in slice non solo difensivo ma pure offensivo; palla corta a tagliare le gambe di un avversario che ha vissuto una specie di incubo. Qualsiasi cosa provasse, l’altro la faceva meglio di lui.

LA LEZIONE DI FEDERER

Dopo la sconfitta con Federer a Wimbledon, netta e pesante da digerire, Berrettini si presentò ai microfoni delle televisioni per dire che ‘sì, è vero, è stata una batosta, ma è una lezione che servirà’. Ebbene, di quella lezione ha saputo far tesoro molto presto, perché la tensione nel match con Rublev si tagliava a fette, eppure lui l’ha saputa amministrare con una testa da campione di scacchi. Sapeva di dover togliere il ritmo al suo avversario, l’allievo di Vincenzo Santopadre, e così avevano preparato la partita, la più importante della carriera. Una volta in campo (sotto il tetto, causa pioggia), l’azzurro ha fatto esattamente ciò che doveva, aiutato in avvio da qualche errore del russo, ma in seguito unico protagonista per meriti propri, anche quando Rublev stava provando a cambiare marcia.

UN CAMPIONE GENTILE

Per la prima volta in vita sua, Matteo ha faticato a esprimersi nell’intervista post-match, e del resto aveva tutte le attenuanti del caso. Quando l’adrenalina è scesa, è montata tutta quella tensione che in precedenza le sue bordate avevano silenziato con un’autorità da dittatore. È giusto riuscito a dire ‘sono felice’ e poco altro. Ma si capiva che lo era per davvero. Per lui parlavano gli occhi, quelli di un ragazzo dall’anima buona, che merita questo e ogni altro traguardo che arriverà nella sua carriera. Un ragazzo che è riuscito a rimanere lontano dall’idea di sportivo di alto livello che si è fatta largo in Italia (e nel mondo), e che è riuscito invece a costruirsi una sua personale immagine votata alla gentilezza, a tenere un profilo basso anche nelle situazioni in cui i risultati ti consentirebbero di volare. Forse sul modello di quei fenomeni della racchetta che oggi lui vede sempre più vicini, in classifica e nel tennis.

ADESSO MONFILS

Sono tempi meravigliosi, sì. Lo scorso anno, con Marco Cecchinato festeggiavamo il ritorno di un italiano in semifinale al Roland Garros, dopo 40 anni (e indovinate chi era stato l’ultimo? Sì, sempre Barazzutti). Oggi facciamo un passo in più, nonostante la semi sia ancora da conquistare. Perché tradizionalmente gli Us Open non sono mai stati terra di conquista per i nostri colori, spesso fermati negli ottavi e comunque lontani per concezione tecnica, oltre che per cultura, dal mondo americano. Un turno prima di Matteo si era bloccata la corsa di Fognini, di Seppi, di Lorenzi, ma pure di tanti altri. Il passo in più è questo: è aver trovato un giocatore che incarna perfettamente il campione moderno, che ha tutto per sfondare e che non si mette paura nemmeno di fronte agli States, a un mondo nuovo, a risultati che fanno girare la testa. Adesso c’è Gael Monfils, che è forte ma non è un mostro. Matteo se la giocherà, la storia può continuare.