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Australia Today

Pubblicato il 29 agosto 2019

Thanasi Kokkinakis ha soltanto 23 anni e va considerato per quello che è, un giovane talento che può ancora esplodere ad altissimo livello. Ma alle spalle ha già una mezza carriera, se consideriamo la quantità di infortuni più o meno gravi che ha dovuto sopportare. Un percorso accidentato che lo accomuna a uno con lo stesso passaporto, le stesse origini (greche), un bagaglio tecnico simile e una curiosa assonanza nel nome, Mark Philippoussis. Probabilmente Thanasi farebbe carte false per arrivare a essere il numero 8 al mondo, come riuscì tra un’operazione e l’altra al buon Mark. Ma per adesso deve accontentarsi di mettersi obiettivi più vicini, più alla sua portata. Uno di questi è fare match pari con i migliori, come quel Nadal che sarà il suo avversario al secondo turno degli Us Open. “Giocare con Rafa – spiega Kokkinakis – è complicato e non lo scopro certo io. Soprattutto, non lo scopro adesso, visto che contro di lui avevo disputato il mio primo match in uno Slam, in Australia cinque anni fa, quando ancora non ero maggiorenne”.

 

MATURITÀ, SUO MALGRADO

Da quel momento in poi è accaduto di tutto, al povero Thanasi. Tra discese agli inferi e risalite, tra Challenger e tornei del Tour maggiore, si è aggrappato per un po’ ai top 100 (con un best ranking a quota 69) ma oggi è lì che lotta a quota 203, numero 12 della truppa down under, quando in teoria sarebbe dovuto restare a giocarsela con crazy Kyrgios, nato giusto un anno prima di lui e compagno di speranze e scorribande nelle categorie giovanili. “Aver sperimentato momenti così difficili – sottolinea il suo coach Todd Langman – lo ha fatto maturare in maniera più veloce del previsto. Oggi è un professionista solido, un uomo che sa dove vuole arrivare. E questo mi fa sperare di vederlo presto dove il suo potenziale potrebbe portarlo”. Quanto in alto è un’incognita, ma veder giocare Kokkinakis (al top della forma) è uno spettacolo. Tra un servizio che fa malissimo, fondamentali pesanti e un tennis completo che, in particolare sul duro, può fare vittime illustri.

 

DEMON E GLI ALTRI

Kokkinakis non è ancora il simbolo di un’Australia ormai rinata, ma potrebbe diventarlo in futuro. Di certo c’è che non è solo, a fare a spallate per riportare il Paese dei canguri ai fasti di un tempo: senza arrivare a Laver, Rosewall e a tempi così lontani che non si possono nemmeno paragonare, laggiù tempo fa fece la sua apparizione un tale di nome Pat Cash, atleta simbolo di un certo modo di intendere il tennis, prima che campione. E per contro, dopo di lui, Lleyton Hewitt fece capire al mondo che Australia non significa solo serve&volley e prodezze di fino, ma pure regolarità e timing, come da necessità di un tennis che stava cambiando rapidamente. Oggi il migliore del lotto è lui, Nick Kyrgios, amato e odiato come forse nessuno mai nell’emisfero sud. Ma Nick, con tutto il suo talento e tutta la sua follia, è soltanto numero 30 al mondo, mica top 10. Alle sue spalle Alex De Minaur, non a caso pupillo di Hewitt, è quello che più incarna il concetto di affidabilità, pur non avendo ancora trovato la continuità necessaria al massimo livello. Poi ecco ‘baffo’ Thompson (oggi a New York contro Matteo Berrettini), Millman, quell’altro pazzo di Tomic. Tutti buoni giocatori, ma con limiti evidenti.

 

SPERANZA POPYRIN

Così, per trovarne uno davvero giovane, davvero completo e con ambizioni da star, bisogna arrivare ad Alexei Popyrin, 20 anni, stellina da Under 18 e protetto di Pat Cash, che di tennis ne capisce e che lo vede molto, molto in alto. Alexei, genitori russi e formazione europea (tra Italia, Spagna e Francia), nello Stivale è ben conosciuto perché ha giocato e vinto parecchio: Porto San Giorgio, Padova, Roma, Milano (sponda Bonfiglio). A New York c’è pure lui, avendo piegato Delbonis e in attesa di un match durissimo contro Kukushkin, uno di quelli che se vuoi diventare davvero forte devi battere, ma che non cascano in nessun tipo di bluff. Poi, se nel draw maschile non ci sarà modo di arrivare in fondo, l’Australia potrà sempre sperare di consolarsi con Ashleigh Barty. Una numero 1 (ora 2) che possa riempire di sogni gli anni a venire, in fondo, down under ce l’hanno già.