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LA RESA DEI CONTI

Pubblicato il 9 agosto 2019

Nella serata canadese, tra Montreal e Toronto, vanno in scena due partite che hanno una storia particolare alle spalle, e che non possono essere considerate come le altre. O, peggio, normali. Una, quella del ‘1000’ maschile a Montreal, vede di fronte Rafael Nadal e Fabio Fognini, giunti allo scontro diretto numero 16, in una vicenda che si dipana dal 2013 a oggi. L’altra, quella del ‘Premier’ femminile di Toronto, mette in campo Naomi Osaka e Serena Williams, alla loro terza sfida in meno di due stagioni, e con la giapponese che ha conquistato entrambi i precedenti, non solo vincendo ma dominando la rivale. Certo è impossibile fare paragoni tra i due confronti, perché Nadal e Fognini hanno vissuto nella stessa epoca e sono lontani in termini di risultati, storia e popolarità. Mentre sono divise dalla bellezza di 16 anni Serena e Naomi, con l’asiatica solo all’inizio di un percorso che potrebbe portarla a vincere molto più dei due Slam consecutivi conquistati tra 2018 e 2019. In comune, però, questi match hanno una buona dose di tensione accumulata in precedenti non esattamente tranquilli.

 

SCONTRO TRA OPPOSTI

Prendiamo Nadal e Fognini. Che, per essere chiari, non si amano. La prima di quello che poi sarebbe divenuto un classico del tennis contemporaneo risale al 2013, torneo di Roma, con Rafa troppo solido per essere impensierito. Ma già dal match successivo, lo stesso anno al Roland Garros, si capisce che il maiorchino può soffrire parecchio le invenzioni e le accelerazioni del ligure: finisce comunque tre set a zero Nadal, ma è quella la partita che convince Fabio ad avere chance persino contro il Re della terra sulla sua superficie preferita. Tanto che, quando i due si incontrano nuovamente sul rosso, due anni più tardi, a ‘Fogna’ riesce lo sgambetto, non una ma due volte di fila: Rio De Janeiro e Barcellona. I nervi cominciano a essere tesi, perché i due sono uno l’opposto dell’altro. Rafa costante, fedele a se stesso, mai sopra le righe; Fabio simbolo della discontinuità, mai uguale a se stesso, quasi sempre sopra le righe. Ad Amburgo, sempre nel 2015, il confronto tra questi modi diversi di vivere il tennis (e la vita) diventa scontro aperto. All’azzurro non vanno giù i commenti di zio Toni e del clan iberico in tribuna. E allora va direttamente dal suo avversario e glielo dice in faccia, condendo il tutto con considerazioni non esattamente oxfordiane. Non è scontro fisico, ma non manca nemmeno molto.

 

QUELLA RIMONTA SUL CEMENTO

L’apoteosi, per il migliore italiano degli ultimi 40 anni, arriva agli Us Open, poche settimane più tardi. Fabio va sotto due set a zero, ma a quel punto cambia marcia e confeziona la rimonta più importante della carriera, e tra le più significative che il tennis azzurro ricordi. L’ultima perla è di quest’anno, nel torneo che – di fatto – regala a Fognini la nuova dimensione di top 10. In quel Centrale di Monte-Carlo che aveva visto Nadal trionfare per 11 volte, il ligure domina e si invola verso il titolo di maggior prestigio da sfoggiare in bacheca. Chiaramente quel Nadal è lontano parente dell’uomo che dominava la stagione su terra battuta, ma questo non toglie nulla ai meriti di un giocatore che sa bene come far male al fenomeno di Manacor. Lo sa meglio di Thiem, meglio di Federer (ebbene sì), meglio di tanti altri nel circuito. Ecco perché una nuova sfida tra di loro è qualcosa di speciale, qualcosa che va visto e messo a fuoco nella consapevolezza che possa accadere di tutto. Che ‘Fogna’ non parte battuto e anzi, è l’altro a doversi preoccupare. Tanto più quando l’azzurro dimostra di essere ben in palla, come nelle prime due partite canadesi.

 

SERENA PER LA RIVINCITA

Qualcosa di speciale potrebbe accadere anche nel terzo scontro diretto tra Naomi Osaka e Serena Williams, con l’americana a caccia di una rivincita attesa da quasi un anno. La finale femminile degli Us Open 2018 resterà nella memoria di tutti non soltanto per l’exploit della giapponese, ma anche, se non soprattutto, per via della crisi isterica (non si può definire altrimenti) di mamma Serena. Una crisi che non rimase circoscritta alla partita, ma arrivò in qualche modo a oscurare pure la premiazione della nipponica, in evidente imbarazzo di fronte a una situazione surreale. Il caso è profondamente diverso rispetto a quello di Fognini-Nadal, perché qui parliamo di una ragazza, Naomi, che aveva (avrà ancora?) proprio nell’avversaria il suo idolo di bambina. Ma si sa, quando i propri idoli si possono vedere da troppo vicino, troppo chiaramente, a volte capita che cadano e diventino dei ‘semplici’ esseri umani, con tutte le loro inevitabili debolezze. Serena non cercherà la sua rivincita nei confronti della Osaka, che probabilmente le sta pure simpatica. La cercherà su quel ‘sistema’ che a suo dire la penalizza, quel ‘sistema’ che la vedrebbe non semplice campionessa ma campionessa di colore, mamma, donna affermata, donna che lotta per il bene delle altre donne. E quindi attaccabile. Poco importa che la verità sia ben diversa: per andare a cercare la condizione e la fame necessarie a firmare lo Slam numero 24, un po’ di sana rabbia in più può essere una valida spinta.