blog
home / BLOG / QUESTO SÌ CHE È UN QUINTO

QUESTO SÌ CHE È UN QUINTO

Pubblicato il 14 luglio 2019

Un quinto set così te lo sogni da bambino. Un quinto titolo a Wimbledon come questo lo puoi soltanto immaginare ma se te lo vuoi costruire servono tecnica, muscoli, cuore, attributi, sudore, lavoro e tutto il resto. Eppure Novak Djokovic sa, nel profondo, che contro un sontuoso Roger Federer ha fatto 13. Non solo perché nella finale più lunga della storia (4 ore e 55 minuti) a quella quota ha vinto il tie-break che col nuovissimo cambio di regolamenti gli ha consentito di chiudere il long set decisivo, ma anche perché quando le cose si mettono così, con due campioni del genere in stato di grazia, decretare il vincitore è come lanciare una monetina. Lo ha ammesso anche lui, coppa in mano: “In situazioni come queste qualcuno deve perdere, anche se non lo meriterebbe”.

DURA DA DIGERIRE

Federer, suo malgrado, deve digerirla. Altro che finale indimenticabile, “Io proverò a dimenticarla in fretta”, scherza con la classe tutta ‘royal’ che lo contraddistingue anche in questi frangenti. Sono stati, quelli del ‘quinto’, 24 game (più tie-break) di pura trance agonistica, perché tenere questi livelli di tennis, di lucidità mentale e di atletismo (ben oltre i ‘trenta’ e ben oltre le quattro ore di gioco) è praticamente impossibile anche per due mostri sacri del gioco, due dei più grandi di sempre. Impossibile, ma a loro è riuscito. A Roger restano le istantanee dei due match-point (con annesso servizio a disposizione) sfumati sull’8-7; a Novak resta stampato il sorriso da Djoker soddisfatto e il sapore dell’erba che come tradizione ha sgranocchiato subito dopo la stretta di mano e dopo un’esultanza iper-contenuta. A tutti gli amanti del tennis – e non – resta anche molto, molto altro.

IL CONFRONTO DI STILI

A cominciare dal fatto che, come nelle rivalità più belle di sempre, illuminate dallo splendore della cornice del Centre Court, una delle cose più affascinanti è la contrapposizione degli stili. Chiara, netta, inconfondibile. Da una parte un Federer – e non è una novità – capace di accarezzare la sfera di feltro da fondo come a rete, col drop shot quanto con le innumerevoli risposte di rovescio in back; dall’altra, Nole a ribattere colpo su colpo senza mai snaturare le sue caratteristiche, quelle che lo hanno guidato fino all’Olimpo del gioco nell’Era Federer-Nadal (e mettiamoci pure Murray…). Non c’è bisogno di scomodare Borg e McEnroe, questi due signori di oggi sono paragonabili per classe, talento e tigna soltanto a loro stessi.

COME BORG

Visto che però il nome dell’orso svedese è saltato fuori, è giusto usarlo ancora una volta come termine di paragone dell’epoca dell’oro che stiamo vivendo. Quando Bjorn nei ruggenti Anni ’70 costruì la sua leggenda con 5 titoli a Wimbledon, era lecito pensare che ci sarebbe voluto un secolo affinché qualcuno gli si potesse avvicinare. Invece prima è arrivato Sampras, poi Roger e adesso pure Djokovic, che a conti fatti lo ha agganciato con il quinto sigillo londinese. Ne consegue una considerazione spontanea. Vista la qualità del tennis che i contemporanei stanno ancora mostrando, la sensazione di chi guarda è la stessa di allora. Magari qualcuno arriverà ad alzare ancora l’asticella, raggiungendo e – chissà – superando questi traguardi… sì, ma quanto tempo dovrà passare? Ce n’è ancora da mangiare, cari Next Gen, di polvere per pensare di provarci.

IL TRASFORMISTA

Intanto, l’uomo di quasi 38 anni che viene da Basilea e che deve fare i conti, gioco-forza, oltre che con avversari fierissimi anche con la carta d’identità, in questo ultimo atto ‘sfortunato’ ha dato prova di saper crescere, ancora e ancora. Imparando a fare praticamente di tutto, senza rinunciare ai gesti che tutti gli riconoscono, ma con la capacità di variare contro un Djokovic molto più ‘monocorde’. Ha fatto di tutto Federer, sull’erba del Centre Court nelle quasi cinque ore della finale, alternando fioretto e sciabola, discese a rete e contropiedi, schiaffi al volo e accelerazioni di diritto come di rovescio, incrociati come lungolinea. Di là, invece, c’era la Djokovic-essenza allo stato puro: risposte solide, sbracciate di rovescio, allunghi e scivolate al limite delle leggi della fisica. Tutto reiterato punto dopo punto, scambio dopo scambio, colpo dopo colpo.

IL DJOKER RITROVATO

Il tutto pur circondato, almeno fino al 5 pari del terzo set, da un alone di cloroformio: sembrava anestetizzato, Novak. Niente urlacci, niente incitamenti, niente sguardi ‘carichi’ verso il suo angolo. Un’aria che si è levato via di dosso all’alba della seconda ora di gioco, con qualche rimostranza verso alcuni spettatori, poi un pugnetto al cielo, un accenno di racchetta da ‘lanciare’. Così è tornata fuori la vera anima del serbo, la scintilla combattiva, tosta, animalesca. Quella che lo ha condotto al sedicesimo titolo major in carriera. Federer, un po’ come Serena Williams nella finale femminile (ma con tutt’altra prova, non v’è dubbio), deve rinunciare al black jack del 21° Slam e al record di Ken Rosewall, che resta – almeno per ora – il più anziano tra i vincitori di major. Non si può dire che non ci abbia provato fino all’ultima stilla di sudore. E non si può dire che non ci riproverà.