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IL SIGNORE DEI VENTI?

Pubblicato il 9 giugno 2019

La dodicesima riga nella lista delle vittorie di Rafael Nadal a Parigi, quella del 2019, è da evidenziare. Col giallo-fluo di cui s’è vestito per questa nuova campagna vincente sul rosso del Roland Garros, così da saltare subito all’occhio. Non solo perché è arrivata dopo la stagione su terra più difficile per il maiorchino, con l’unico successo a Roma e tanti punti interrogativi, ma anche perché ha saputo tritare uno come Federer nella sfida numero 39 della saga e poi, 48 ore dopo, portare all’esasperazione un giocatore pur molto migliorato nei 12 mesi trascorsi dalla finale del 2018. Dominic Thiem, nella riedizione di quel match, si è presentato con più soluzioni (rispetto ad allora, non rispetto a Rafa), con più idee e con qualche certezza aggiunta. Oltre che con più fiducia, vista anche la vittoria primaverile a Barcellona nell’ultimo scontro diretto. In fin dei conti, tutto questo gli ha lasciato in eredità soltanto un set in più rispetto all’ultima volta e le solite congratulazioni nel post gara. Nulla di cui poter gioire. Tornando a Rafa, ci sono anche tutte le due settimane al Bois de Boulogne a certificare la ‘grandeur’ di Monsieur Nadal.

Non perde un colpo

Due set persi nel corso di tutto il torneo, uno contro David Goffin e l’altro proprio contro Dominic Thiem, nella nuova versione plasmata dall’ex campione olimpico Nicolas Massu. In entrambi i casi però chi ha strappato quel set, ha pagato pegno. Il che significa che ha perso la partita. Sì, perché sarà banale a dirsi per uno che ha vinto 93 partite su 95 giocate sotto la Tour Eiffel ma per fare i punti a Nadal bisogna andare fuorigiri. E saperci restare a lungo. Solo che farlo è impossibile per tutti. Fenomeni compresi. Non c’è soluzione tattica (spingere o attendere), né tecnica (aggiungere smorzate, anticipare il timing…) che regga. E non c’è nemmeno alcun fattore esterno, magari atmosferico, che possa scalfire quella corazza che si porta dietro e che ormai è la sua armatura da Re di Francia. Nulla possono gli avversari, nemmeno il più titolato e accreditato (come insegna il match con Federer #1…); nulla possono vento e intemperie (come insegna il match con Federer #2…). Non è un caso, anzi è tutto costruito.

L’aneddoto di Toni

Toni Nadal racconta che una volta, poco più che bimbo, Rafa stava perdendo da un ragazzino molto più scarso di lui. Aveva le corde della racchetta rotte e non se ne accorse. Interrogato dallo zio, spiegò che non se n’era manco reso conto perché crescendo gli era stato insegnato a non prendersela con i fattori esterni. Quella lezione gli è tornata certo utile in questa settimana d’un Roland Garros primaverile nel calendario ma autunnale nel clima: Roger Federer ha scagliato una palla fuori dal Centrale, Novak Djokovic ha dato di nervi contro vento, pioggia e non solo… lui, impassibile, non ha fatto neanche un plissé. Ha continuato a fare il suo gioco. Che secondo alcuni è il più adatto a non risentire dell’influenza di folate e brezze varie. Può anche darsi, ma la cosa resta ascrivibile alla lista dei meriti personali, come tirare più forte di diritto o come correre più dell’avversario.

Il migliore a… migliorarsi

Perché Rafa dal 2005 a Parigi ha vinto col sole, col caldo, col vento e con l’umido. Certo, è inciampato due volte: una negli ottavi di finale del 2009 più per colpa dei campi e delle palle lente che per le mazzate di Robin Soderling; l’altra nel 2015 nei quarti contro Novak Djokovic. Gli alibi ci sarebbero, per i due stop. Ma lui, Rafa, non lo ammetterebbe mai: proprio perché gli hanno insegnato che se sbagli una palla, o non vinci una partita, non può che essere per colpa tua. E tua soltanto: nemmeno gli infortuni devono valere come attenuante. È per tutti questi motivi che oltre a essere il migliore a non mollare mai, a stare attaccato ai match, a dare sempre intensità crescente punto dopo punto, lo spagnolo è anche il migliore a… migliorarsi. O meglio, a imparare sempre. Financo a diventare il signore dei venti, intesi come raffiche. In attesa di agganciare Federer nel computo degli Slam e di esserlo pure numericamente per major vinti in carriera.

Il gioco dell’età

Non ci sono motivi reali, tangibili, oggettivi che suggeriscano che Rafa non ce la possa fare, anzi. Semmai il contrario. Non scoraggiano nemmeno la carta d’identità e i 33 anni compiuti all’inizio di giugno. Basta fare un giochino sciocco: facciamo fermare Nadal appena prima della longevità tennistica di Federer, ‘indovinandogli’ meno di un altro lustro da protagonista sui campi, ben entro le 38 candeline. Diciamo di qui a tre anni. Bene, ci sono 13 tornei major da giocare tra adesso e allora, di cui 3 sulla terra rossa di Parigi. Certo, ci sono anche le ginocchia, l’addome e tutti gli altri punti doloranti di una carriera quasi ventennale con cui fare i conti, ma chi pensa che smetta prima, coraggio, alzi la mano. Chi pensa invece che pur continuando a giocare non vincerà più alcun titolo Slam, le alzi tutte e due: e si arrenda. Questo no, Rafa di sicuro non lo farà.