blog
home / BLOG / BARTY: PARIGI E NUMERO 2

BARTY: PARIGI E NUMERO 2

Pubblicato il 8 giugno 2019

Ha vinto Ashleigh Barty, peraltro in maniera piuttosto netta: 6-1 6-3 in un’ora e dieci minuti. Ma in fondo hanno vinto in due, nel tabellone femminile del Roland Garros 2019. Perché non si può certo ritenere una sconfitta, quella di una 19enne che era alla sua prima finale Slam, e che dodici mesi fa perdeva al primo turno contro la rumena Bogdan. A parte le lacrime della ceca Vondrousova, lacrime forse più di emozione che di dolore, da queste due settimane parigine il tennis in rosa trova un paio di nuove protagoniste. Una, la Barty, già pronta per ripetersi. L’altra, probabilmente, con qualche esperienza in più da vivere prima di installarsi in maniera stabile tra le top players.

 

BARTY NUMERO 2

“Sono molto orgogliosa di ciò che ho fatto – il commento a caldo dell’australiana – e sì, devo ammettere che ero nervosa. Anche se forse da fuori non si è visto. Lei vincerà tanto in futuro, giocherà tante partite come questa. Oggi però festeggio io”. Ashleigh salirà lunedì al numero 2 del ranking Wta, a pochi punti dalla numero 1 Naomi Osaka. E considerato che adesso arriva la stagione su erba, dove il suo tennis di attacco può continuare a fare la differenza, l’ipotesi di vederla in vetta è tutt’altro che campata per aria. Si tratterebbe, nel caso, di una impresa resa ancora più importante dallo stop che la stessa Barty si era imposta nel momento in cui la sua carriera pareva lanciata verso traguardi di rilievo. Decise, l’australiana, di dedicarsi al cricket per un po’, di staccare da quel mondo che le stava dando tanto ma che le stava pure togliendo spazio vitale. Una volta tornata, si è resa conto di aver fatto la scelta giusta: oggi ha fame ed esperienza, da aggiungere alla classe innata, per mostrare al mondo che pure senza picchiare si può vincere ad alto livello.

 

DA MIAMI A PARIGI

Era tra le possibili protagoniste fin dal principio, Ashleigh, di cui quest’anno si è parlato molto perché ha fatto un salto di qualità straordinario, in termini di regolarità ma anche di punte di rendimento: finale a Sydney, quarti a Melbourne, ma soprattutto vittoria a Miami, laddove il suo tennis sussurrato ha trovato una meritata sublimazione. Si pensava che sulla terra, quel gioco così fuori dal tempo potesse soffrire qualche difficoltà in più, e in effetti Madrid e soprattutto Roma avevano confermato la tesi. Il Roland Garros, però, è un’altra cosa, e in mezzo al vento delle giornate parigine, la ragazza che viene dal cricket ha trovato meglio di tutte la chiave per rendere al massimo. Nell’approccio alla finale ha perso un paio di set, negli ottavi contro Sofia Kenin e in semifinale contro l’emergente Anisimova. Per il resto, le avversarie ci hanno capito poco.

 

SCUOLA CECA

Marketa Vondrousova proviene invece da quella scuola inesauribile e straordinaria che è la Repubblica Ceca. Il Paese di Lendl e Navratilova, di Korda e Novotna, di Berdych e Kvitova. In più è mancina, il che non guasta mai, in un gioco dove la maggior parte dei punti decisivi vengono contesi partendo dalla diagonale sinistra. Marketa ha 19 anni e in questo Roland Garros era partita nel gruppone delle tante che potevano sorprendere, ma non certo in prima fila. Eppure i segnali erano arrivati, forti e chiari, tra fine 2018 e inizio 2019: gli ottavi agli Us Open, la finale a Budapest, i quarti a Indian Wells e Miami, un’altra finale a Istanbul e i quarti a Roma. Proprio dal Foro Italico, la ceca ha imparato qualcosa. Perché nella Città eterna fu Johanna Konta a fermarla, la stessa avversaria contro la quale si è presa la rivincita in quel di Parigi.

 

L’ARMA DROP SHOT

Marketa non è la solita giocatrice dell’Est, tutta pressione da fondo e schemi rigidi. Al contrario, è ragazza di temperamento, che sa variare (in particolare con una deliziosa palla corta) e che non esaspera i colpi. Semmai esaspera le avversarie, a furia di soluzioni efficaci e imprevedibili, che lasciano spesso la rivale di turno a metri dalla palla. Non per la violenza dei colpi, ma per la capacità di trovare angoli sconosciuti alla maggior parte delle colleghe. In più, nelle due partite che l’avevano portata alla finale, aveva sempre espresso il suo miglior tennis nei momenti decisivi: due long set contro Petra Martic, due long set di fronte alla Konta. Un atteggiamento che rispecchia più la saggezza di una 30enne che la spregiudicatezza dei suoi 19 anni.

 

A WIMBLEDON UNA NUOVA REGINA?

Come sempre, per questo equilibrio esasperato che caratterizza il tennis femminile, ci sono due chiavi di lettura altrettanto valide. La prima è che proprio grazie al livellamento di valori, non c’è il tempo di annoiarsi e ogni torneo è aperto a tutte, ma proprio tutte, le soluzioni. La seconda, meno ottimista, è che manchino le vere protagoniste, quelle capaci di trascinare il movimento a livello mediatico. Ciò che in passato hanno fatto Serena Williams e Sharapova, per citarne due che anche sotto il profilo dell’immagine sono riuscite a lasciare un segno, ben oltre i confini del loro sport. È vero peraltro che la terra, da sempre, ha creato più problemi delle altre superfici alle migliori del mondo, quasi sempre con caratteristiche tecniche più adatte al veloce. E allora capiremo a Wimbledon, se Naomi Osaka riuscirà a mantenere il suo ruolo di numero 1, o se Ashleigh Barty (o una delle altre tre pretendenti al trono) riuscirà fin dal prossimo mese a vestire i panni della nuova (precaria) regina.