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CANTON PARIGI

Pubblicato il 3 giugno 2019

Trecentonove minuti di passione, talento e rovesci a una mano, per decretare il prossimo avversario di Re Roger, il quale nel mentre era già da tempo sul lettino dei massaggi dopo aver travolto Leonardo Mayer. Stan Wawrinka si riprende quel ruolo da protagonista che in uno Slam gli mancava dal 2017, due anni esatti. Allora, proprio sui campi del Roland Garros, lo svizzero di Losanna approdò in finale prima di scontrarsi contro il carrarmato Nadal, e di cominciare poi il periodo più nero della sua vita: l’infortunio al ginocchio, l’operazione, la riabilitazione, i tanti dubbi, il rientro e i risultati che tardavano ad arrivare. Fino a questa benedetta partita contro Stefanos Tsitsipas. Benedetta perché ha proposto un tennis delizioso e cattivo allo stesso tempo, brillante e mozzafiato, capace di tenere incollato il pubblico alle seggioline del Suzanne Lenglen per un tempo lunghissimo, oltre ogni ragionevole dose di pazienza, soprattutto perché sopra le teste c’era un sole finalmente abbastanza caldo da profumare di estate vera.

CUORE E CORAGGIO, PER 5 ORE

Non c’è una ragione tecnica per la quale Wawrinka abbia portato a casa il match, con un 8-6 al quinto al termine di un’altalena infinita. C’è semplicemente il cuore, quello dell’elvetico ma pure quello del greco, che si sono affrontati a viso aperto fin dal principio, senza aver bisogno di studiarsi a vicenda, senza risparmiare una goccia di energia. Negli occhi di chi ha assistito a uno degli incontri più belli dell’anno, senz’altro il migliore per la girandola di emozioni, resteranno tanti punti da circoletto rosso, le rincorse difensive così come i colpi vincenti. Resterà il modo in cui Stan ha annullato un set-point al rivale nel secondo set, al termine di uno scambio interminabile da mostrare a ogni allievo delle scuole sat. Resterà il modo in cui lo svizzero ha chiuso il match, un passante in back di rovescio a ricordare a tutti che il tennis sarà sì uno sport di fatica e sudore, ma anche di classe e di fantasia. Resterà l’abbraccio lungo e sincero che i due si sono scambiati alla fine, quando l’arbitro ha detto che sì, quella palla aveva toccato la riga e 5 ore e 9 minuti potevano bastare. Resterà, sul fronte Tsitsipas, uno splendido tributo social alla partita e all’avversario. “Perché – ha scritto il greco – stavolta ho imparato qualcosa che nessuna lezione e nessun maestro ti può insegnare: si chiama vita vissuta. Ma c’è qualcosa di questo match che non riuscirò mai davvero a spiegare”.

IL DERBY CON FEDERER

Per tornare grande, a Stan in fondo basta questo. Perché adesso di fronte a lui si para un Federer deluxe, fresco come una rosa grazie a un percorso immacolato, e capace di impressionare più ora alla soglia dei 38 anni che nel mezzo delle sue stagioni migliori. I precedenti sono 22 a 3, inutile dire per chi. Ma nelle tre vittorie di Wawrinka si materializza qualche speranza, capiremo se ben riposta: tutte sono giunte sulla terra, una persino a Parigi, nei quarti del 2015. Forse peserà il percorso, peserà il carisma, o quell’inevitabile timore di sfidare una leggenda che non ci si toglie di dosso nemmeno dopo aver vinto tre Major e aver raggiunto la terza piazza del ranking mondiale. Per giunta in un’epoca in cui si parlava di Fab Four senza includere il personaggio in questione. O forse Mister 20 Slam sarà semplicemente troppo forte, come ha dimostrato sin qui contro avversari che però, di Wawrinka, non avevano né il talento né il coraggio. Di certo c’è che, tra la semifinale che tutto il mondo vorrebbe, quella tra Roger e Rafa, ‘Stan The Man’ si mette in mezzo come un guastafeste. Come un’ipotesi bislacca ma stimolante. Come un film già visto, ma che rivedresti ancora.