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KYRGIOS E GLI ALTRI

Pubblicato il 15 maggio 2019

Parlare di Nick Kyrgios è un po’ come camminare su un campo minato. Qualsiasi cosa si dica, si troveranno mille motivi per non essere d’accordo. Perché Nick è divisivo, come forse nessuno mai nella storia del tennis. Certo, abbiamo avuto John McEnroe e Jimmy Connors, per dirne due che stinchi di santo proprio non erano. Ma SuperMac e Jimbo, in fondo, si sono fatti amare attraverso i risultati, perché quando vinci ti si perdona più o meno tutto. Lo stesso discorso si può fare per il cileno Marcelo Rios, talento scostante ma purissimo, che incantò il mondo per qualche anno, arrivando al numero 1 del ranking Atp pur senza mai aver vinto uno Slam. Kyrgios, di Rios, ha lo stesso atteggiamento strafottente e la stessa predisposizione allo spettacolo, ma non ha ottenuto nemmeno lontanamente i suoi risultati.

 

LO AMI O LO ODI

Chi lo ama, ha delle ragioni più che valide. L’australiano è la rottura di un sistema, persino di una tradizione. Porta sul campo da tennis il tipico giocatore di basket, sport di cui è appassionato e che è rimasto il suo grande rimpianto, dopo aver intrapreso la strada della racchetta dai 14 anni in poi. È una continua scoperta, con un modo decisamente atipico, e dunque affascinante, di affrontare un circuito fatto di professionisti che si prendono tremendamente sul serio. Kyrgios ha fantasia, altrimenti non potrebbe fare ciò che fa. E ha carisma, malgrado non riesca ancora a insinuare nei rivali quel sano timore di trovarselo di fronte. Chi non lo sopporta, del resto, ha altrettanti motivi per essere dalla parte del giusto. Il 24enne di Canberra è un menefreghista ed è fiero di esserlo, ha ribadito spesso che la sua motivazione per allenarsi e girare il mondo sono i soldi che può guadagnare, e infine non ha mai fatto mistero di non amare affatto ciò che fa. Venendo dall’epoca dei Federer, dei Nadal, e in generale di una generazione di fenomeni che fonda la sua immagine sul ‘politically correct’, è chiaro che tutto questo suoni parecchio stonato.

 

NASTASE, GULBIS & CO.

In tempi recenti, un tipetto altrettanto difficile da gestire e altrettanto dotato di talento è stato Ernests Gulbis, il lettone che però è benestante di famiglia e nel tennis vedeva soltanto una sorta di valvola di sfogo. Più volte, Gulbis ha minacciato di abbandonare se non fosse riuscito a mantenersi ad alto livello, che per lui voleva dire semplicemente stare nei top 10. Il progetto non riuscì, ma Ernests non ha tenuto fede al suo proposito, restando a navigare stancamente nelle retrovie (oggi è numero 74). Meno mezzi ma più follia per Dustin Brown detto Dreddy, il giamaicano naturalizzato tedesco, specialista di tweener e smash al salto, che a inizio carriera viaggiava col suo amato camper. Più indietro nel tempo, non si può non citare Ilie Nastase, il rumeno che fu il primo giocatore a diventare numero 1 del ranking mondiale dopo l’entrata in scena del computer, nel 1973. Di aneddoti su di lui ce ne sono a tonnellate, ma la grande differenza con Kyrgios è che Ilie il tennis lo amava eccome, e per questo si poteva permettere il lusso di divertirsi e di prendere in giro la serietà dell’ambiente. Per certi versi diede scandalo pure lui, ma il ricordo che ha lasciato è straordinariamente positivo, tanto nei suoi fan, quanto in coloro che avevano altri modelli, diciamo così, più sobri.

 

LA LUCIDA FOLLIA DI MARAT

La sobrietà non apparteneva nemmeno a Marat Safin, il russo che si presentava agli Slam con il box occupato da tre o quattro ‘Safinettes’, giovani e avvenenti ragazze (quasi sempre diverse) che lo accompagnavano nelle sue serate in giro per il mondo. Alla domanda – ripetuta spesso dai cronisti – sul perché Marat non riuscisse a esprimere tutto il suo potenziale, lui rispondeva sempre con una affermazione disarmante e inattaccabile: “Voi non capite – diceva – ma io mi sto godendo la vita. Per me avere successo è questo, è vivere secondo i miei schemi, non secondo i vostri”. Nel circuito minore, si fece notare per le sue follie e per le sue intemperanze Daniel Koellerer, austriaco capace di issarsi fino al numero 55 Atp prima di essere radiato dal circuito nel 2011 causa match-fixing, accusa dalla quale lui si è sempre difeso dichiarandosi innocente. Ma la palma di episodio più curioso della storia dei ‘bad boys’ spetta di diritto a Petar Jelenic, croato di Spalato mai andato oltre il numero 467 della graduatoria. Impegnato in un Futures in Tunisia, trovò modo di farsi dare un warning durante il palleggio di riscaldamento, per aver tentato ripetutamente di colpire il suo avversario con una pallata. In confronto a uno come lui, Kyrgios è un tipo tranquillo e perfettamente all’interno dei confini della tradizione.