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BEHIND THE RACQUET

Pubblicato il 2 maggio 2019

Noah Rubin è numero 168 del mondo, diciassettesimo tennista d’America. È nato a New York il 21 febbraio 1996, e ha avuto un’idea che denota intelligenza e sensibilità: dal 20 gennaio di quest’anno, Noah ha aperto una pagina Instagram che si chiama ‘Behind the racquet (dietro la racchetta), dove i tennisti di seconda fascia raccontano le loro difficoltà, personali e sportive. Una pagina semplice ma efficace: la foto del giocatore o della giocatrice con il viso coperto dalle corde della racchetta è accompagnata da un testo che racconta una storia complicata. Una storia che potrebbe essere quella di ognuno di noi. In pochi mesi, Rubin e il suo progetto hanno affascinato tante persone, tra addetti ai lavori e semplici appassionati. Tanto che oggi la pagina conta quasi 8.500 follower e l’americano ha conquistato un’attenzione mediatica che sul campo non era ancora riuscito a ottenere.

BROWN, TRA RAZZISMO E DIFFIDENZA

Tra coloro che hanno voluto raccontare la propria storia ci sono tennisti di ogni genere. Dall’amatore che nello sport ha trovato la soluzione per accettare la diagnosi della sindrome di Asperger, al giocatore affermato che ha dovuto affrontare un percorso lungo e tortuoso per arrivare in alto. Come Dustin Brown, giamaicano adottato dalla Germania, che per molti anni a inizio carriera girava il mondo in camper e si incordava le racchette da solo, a caccia di punti Atp senza incorrere in spese eccessive. “Sono mezzo tedesco e mezzo giamaicano – scrive Brown nel post a lui dedicato – ma crescendo ho finito per sentirmi fuori posto sia in un Paese che nell’altro. In Germania avvertivo attorno a me un certo razzismo, in Giamaica sentivo comunque diffidenza perché la gente notava il mio accento straniero. È stato difficile, ma col tempo ho imparato a convivere con queste situazioni”.

LA PRESSIONE DI ARNABOLDI

Molto interessante, tra gli altri, il contributo di Andrea Arnaboldi, 31enne di Cantù, numero 194 al mondo. “Se sapessi – scrive – di avere davanti a me solo un altro anno di carriera, tutto sarebbe più semplice. Giocherei sempre per divertirmi, e probabilmente troverei il modo di esprimere il mio miglior tennis. Invece voglio mettermi alla prova per almeno altri cinque anni, o forse più. E la pressione che sento addosso quando non riesco nemmeno ad avvicinarmi al livello che credo di poter esprimere, a volte diventa talmente da forte da non farmi divertire. Amo quello che faccio, ma è frustrante sapere di essere così lontani dalle proprie potenzialità”. Un problema, quello di non riuscire a dare il meglio di sé, che attanaglia tanti giocatori di livello diverso. E che ha consigliato a molti di loro di rivolgersi a un mental coach, figura ormai indispensabile al pari dell’allenatore.

ZVEREV IN DIFFICOLTÀ

Che ‘dietro la racchetta’ ci siano tanti sogni ma pure parecchi problemi, lo sanno bene anche i top players. L’ultimo che ha fatto sapere pubblicamente di attraversare un periodo nero è Alexander Zverev, il tedesco che ha già vinto le Atp Finals e che pare ormai da qualche anno un predestinato per arrivare al vertice del ranking. “Mio padre non sta bene in questo periodo – ha spiegato Sascha – e mi segue meno del solito. Inoltre ho chiuso la relazione con la mia compagna (la russa Olga Sharypova, ndr) e non ho più un manager che gestisce i miei interessi. Non so bene come uscire da questo periodo nero”. Un’affermazione, quest’ultima, che denota se non altro un primo cedimento in una corazza che il tedesco sembrava aver costruito fin dall’inizio della sua carriera.