blog
home / BLOG / L’ALLIEVO MODELLO

L’ALLIEVO MODELLO

Pubblicato il 29 aprile 2019

È uno che impara in fretta, Matteo Berrettini, ed è questa probabilmente la sua dote migliore. L’Italia intasca il suo terzo titolo Atp della stagione (come la Francia, davanti a tutti gli altri Paesi) vincendo a Budapest, dove Marco Cecchinato, stavolta assente, ha lasciato il testimone al 23enne romano. Nel 2018, il siciliano lanciò proprio dalla capitale ungherese il suo anno trionfale e lo fece spuntando dal nulla, o meglio dal ruolo di lucky loser dopo aver ceduto all’ultimo turno delle qualificazioni. Mentre quello di Berrettini è stato un trionfo decisamente meno sorprendente, soprattutto dopo aver visto in azione l’allievo di Vincenzo Santopadre nei primi match della settimana. È uno che impara in fretta, Matteo, e che si adegua alle condizioni e agli avversari che trova traendo il massimo da quello che può dare. Una dote che non si insegna e che potrà aiutarlo per una carriera che si annuncia importante.

IL CAMMINO A BUDAPEST

Non ha giocato benissimo contro Kukushkin all’esordio, Berrettini, eppure ha vinto. Ha migliorato qualcosa nel secondo match, e ha domato Bedene lasciando a secco lo sloveno in uno dei suoi punti forti, la risposta. Poi il primo capolavoro contro Pablo Cuevas, contro il quale le difficoltà parevano insormontabili durante un secondo set dominato dal sudamericano. Difficoltà che invece sono svanite di fronte alla volontà dell’azzurro, capace di ritrovare fiducia al servizio e di riprendere il comando delle operazioni con un diritto che ha pochi eguali nel Tour. Quella faticaccia sembrava destinata a farsi sentire contro un avversario molto hot come il serbo Djere, travolto invece da una prestazione perfetta. E nemmeno l’altro serbo Filip Krajinovic, in finale, è riuscito a trovare le contromisure per un Berrettini mai così convinto dei propri mezzi. Mai così concentrato nel superare ogni tipo di difficoltà. Che fosse il vento, come in finale, o ancora alcune sue incertezze che permangono dalla parte del rovescio.

TESTA E CARATTERE

Un rovescio che però risulta essere una buona metafora del Berrettini che è e di quello che verrà. Perché da quella parte il romano, fino a pochi anni fa, non dava l’impressione di poter essere competitivo ai massimi livelli. Così lui e lo staff che lo segue si sono messi in testa che quel colpo andava sistemato, andava irrobustito affinché non diventasse un alibi da portare in dote a ogni sconfitta. Oggi Matteo non solo può tenere lo scambio, anche sulla terra, persino contro avversari che sulla diagonale sinistra fondano il loro tennis. Ma può anche variare, da un taglio slice che cresce a vista d’occhio (e che può già dare molto fastidio) a una palla corta utile a spezzare il ritmo. Dunque adesso il ragazzo della Rome Tennis Academy ha tutto, per sfondare davvero. Compresa una testa e una freddezza che paiono più quelle di uno svedese, che quelle di un italiano. Da oggi è nei primi 40 giocatori del mondo, ha già vinto due titoli Atp sulla superficie che meno gli si addice, e tutto sommato il bello comincia proprio adesso.

L’ITALIA DEI GIOVANI

Il bello per l’Italia è che in poco più di un anno si siano messi in cantiere nove titoli del circuito maggiore (compreso Monte-Carlo, che splende come pochi altri nella nostra storia), un bottino superiore a quello dei dieci anni precedenti. Un dato che riflette alla perfezione ciò che il nostro Paese sta diventando in campo maschile: con un’età media decisamente bassa e tanti giocatori in fase di lancio, oggi sono in parecchi a invidiare il nostro movimento. Ma si tratta di un processo che parte da lontano, non di una serie di coincidenze. Si tratta di un lavoro cominciato dietro le quinte quando in pochi ci credevano, quando solo le ragazze avevano appena iniziato a dare segnali di quel decennio meraviglioso che avrebbero vissuto. Quando si pensò a costruire non lo si fece guardando al breve termine, ma a un orizzonte temporale più lontano, e dunque possibile. Berrettini e compagni sono il risultato di quella visione.