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IL PRINCIPE AZZURRO

Pubblicato il 21 aprile 2019

Tra Arma di Taggia e Monte-Carlo ci sono soltanto 49 chilometri, ma a volte per arrivare a tagliare il traguardo non basta una vita. A Fabio Fognini sono serviti diciassette anni per giungere al punto più alto della carriera, ma questa vittoria al Country Club, proprio per via dei tanti dubbi che avevano sempre accompagnato il suo percorso (aumentati dal pessimo avvio di 2019), assume un sapore ancora più dolce. Fabio è il primo italiano a trionfare in un Masters 1000 da quando esiste la categoria, il primo a vincere sulla terra del Principato da Nicola Pietrangeli (stavolta in tribuna), a segno nel 1968. Ma anche se si tratta di un evento straordinario, in un giorno di Pasqua che il movimento tricolore non potrà dimenticare, non è il caso di scomodare la parola ‘miracolo’. Perché, in fondo, il fatto che Fognini non avesse ancora vinto (almeno in singolare) qualcosa di davvero importante, era un’anomalia, considerando il talento di cui dispone. Alla soglia dei 32 anni, Fabio chiude un cerchio e forse ne apre un altro, ma soprattutto apre una nuova era per il tennis nello Stivale.

DA RUBLEV A NADAL, QUANTE IMPRESE!

Non di miracolo, ma di impresa sì, possiamo parlare. Visto che la settimana del ligure sarebbe potuta finire già all’esordio, quando il russo Andrey Rublev si era trovato in vantaggio di un set, e per 4-1 nel secondo, con una manciata di occasioni per andare 5-1. Da quel momento Fognini, che giungeva da una striscia negativa di sette sconfitte nelle precedenti otto partite, ha ritrovato una fiducia smarrita chissà dove, e ha ritrovato soprattutto se stesso. Ha rimontato Rublev, ha raccolto il forfait di Simon, poi ha costruito il primo vero mattone del suo trionfo, tramortendo uno Zverev incapace di trovare le contromisure al tennis vivace di un giocatore rinato. Avrebbe potuto fermarlo il croato Borna Coric, che però dopo il primo set ha fatto un passo indietro e si è trovato di fronte un muro. E avrebbe dovuto fermarlo, secondo tutte le previsioni, Rafa Nadal in semifinale. Invece, colui che su quel Centrale aveva vinto undici titoli dal 2005 al 2018, se ne è tornato a casa con la lezione più severa mai subita in carriera sulla sua superficie preferita. Una lezione ben spiegata da una statistica: prima che Fognini sprecasse le chance di chiudere sul 5-0 e 40-0 nel secondo set, lo spagnolo aveva raccolto sei punti nell’intero parziale.

IL SEGRETO BARAZZUTTI

Poi la finale. Con un Lajovic (allenato da Perlas, ex di Fognini) ben disposto, nel senso che il serbo non ha giocato la sua miglior partita, e nei momenti decisivi ha sofferto di quella tensione che invece non lo aveva disturbato nei match precedenti. Ma le insidie per Fabio erano comunque molte: doveva vincere, perché tutti se lo aspettavano, di fronte al numero 48 del mondo. E in questi casi riuscire a costruire una partita onesta, sufficiente per alzare il trofeo, non è mai vicenda semplice, nemmeno per i campioni abituati agli Slam. Ai tantissimi italiani in tribuna è passato un brivido lungo la schiena quando il loro connazionale, nel tentare un recupero, ha avvertito un dolore alla coscia che somigliava molto a un crampo o a un problema decisamente serio. Invece è bastato l’intervento del fisioterapista per rimettere in sesto l’azzurro, e per consentirgli di restare in campo il tempo necessario per chiudere la contesa. Non è un caso che al suo angolo, oltre alla moglie Flavia Pennetta e all’altra nostra vincitrice di Slam Francesca Schiavone, ci fosse anche Corrado Barazzutti. Il ct di Davis è entrato da poco nel team di Fognini, accanto a coach Davin, e ha subito fatto centro. Come aveva fatto centro al box della Schiavone durante il suo magico Roland Garros. La Pasqua di Fognini è un riscatto delle tante occasioni (un paio proprio a Monte-Carlo) in cui il ‘bad boy’ del tennis italiano aveva riposto nel cassetto più rimpianti che vittorie. È un riscatto di un ragazzo di talento che ha saputo trovare un equilibrio fuori e dentro di sé, ottenendo un successo che il nostro sport attendeva da una quarantina d’anni. Adesso che è a un passo dalla top 10 (sarà numero 12 nel ranking Atp), chiedergli di andare oltre non è più affare da tifosi.