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LEGGENDA. AL 100 PER 100

Pubblicato il 4 marzo 2019

Il viaggio, cominciato a Milano domenica 4 febbraio 2001, è ancora vivo e non conosce giorno e meta della conclusione. Ma sabato 2 marzo 2019 resterà una data storica per il mondo del tennis. Roger Federer mette il sigillo numero 100 della sua infinita carriera: lo fa a Dubai, che per lui è un po’ una seconda casa, battendo uno Stefanos Tsitsipas che quando lo svizzero trionfò al Palalido aveva soltanto due anni e mezzo. Sono numeri che mettono quasi paura, quelli di Sua Maestà, pizzicato con qualche lacrima di commozione nel giorno di una festa planetaria. Il giorno in cui tutti si sono virtualmente uniti all’abbraccio del suo staff, per qualcosa che va oltre i confini dello sport. Certo, i 20 Slam raggiunti in Australia lo scorso anno avevano già trasferito Roger in un’altra dimensione. Ben oltre le chiacchiere sul ‘goat’, oltre i record degli umani. Ma questo titolo numero 100, raccolto in un evento che non aveva certo i riflettori del mondo puntati addosso, ha mostrato una volta di più quanto Roger possa catalizzare l’attenzione da solo, a prescindere dal contesto e dagli avversari. Una prerogativa di pochissimi, nella storia dello sport.

VERSO I 109 DI CONNORS

Davanti a lui, in termini di successi nel circuito, resta ora soltanto Jimmy Connors, unico altro uomo ad aver superato quota 100, e giunto poi alla cifra di 109. Ma all’epoca di Jimbo, vincere era un po’ meno difficile, i tabelloni erano meno competitivi, e calcolando un normale ‘tasso di inflazione’ sportivo, questi 100 di Roger valgono decisamente di più dei 109 dell’americano. Con tutto il rispetto che si deve ai numeri. Ecco, il rispetto. Forse sta qui, la vera forza di Federer. Il vero motivo per cui è così amato, in ogni parte del mondo. Cosa affatto naturale per uno che vince tanto, ma che mai in vita sua si è reso antipatico per qualche motivo. Roger rispetta ogni avversario, rispetta ogni persona che lo va ad applaudire. Rispetta il gioco, inteso nella sua accezione più ludica, concedendogli spazio laddove un mondo iperprofessionale richiederebbe di lasciarlo fieramente in disparte. La gente ama il basilese perché lui ha vinto, vince, e vincerà ancora giocando. Inventando colpi e divertendosi, pur tenendo la testa ben centrata sul risultato.

I COMPLIMENTI DEI COLLEGHI

Sui social, a pochi minuti dal trionfo a Dubai, è stato tutto un fiorire di congratulazioni. Non sono mancati i quattro Slam, la ‘sua’ Laver Cup, due leggende come Billie Jean King e Rod Laver, e ancora Gabriela Sabatini e Marion Bartoli. E un bel gruppo formato da Kei Nishikori, Dominic Thiem, Jo Tsonga, David Ferrer, Borna Coric, Daniil Medvedev, Milos Raonic, Guga Kuerten, Nick Kyrgios, Sascha Zverev e Marin Cilic, tutti protagonisti di un videotributo confezionato dall’Atp. Ma pure il governo della Formula 1 (!) e attori del calibro di Hugh Jackman. Oltre a tanta gente comune, tanti tributi ‘normali’ da persone che ormai vedono Roger come il simpatico vicino di casa sempre pronto a fare quattro chiacchiere. Persone che vorrebbero vederlo in campo sempre, a farsi beffa della carta d’identità.

IN CAMPO ANCHE NEL 2020

Mentre gli anni che si avvicinano sono i 38, non proprio quelli di un ragazzino, lui non fa altro che parlare del futuro e dei tornei che verranno. A Dubai, non si è sentito in imbarazzo nell’annunciare che sarebbe tornato, nel 2020, per difendere il titolo. Mentre qualche giorno fa, in merito alla sua partecipazione al Masters 1000 di Madrid, ha fatto presente che la motivazione del suo ritorno sulla terra non è affatto quella (da più parti ipotizzata) di un ultimo giro di giostra. Il segreto probabilmente sta tutto nel divertimento, e in quella parola magica: gioco. Senza trascurare il fatto che vincendo, normalmente, ci si diverte pure un po’ di più. Fino a che Roger si manterrà competitivo – e non c’è ragione per non vederlo tale ancora per qualche anno – l’ipotesi di appendere la racchetta al chiodo resta un pensiero dei giornalisti più ansiosi e magari di qualche fan dei suoi avversari. Mentre chi sta alla finestra, godendosi ogni singola giocata del Re, continua ad aggiornare i conti: ad oggi, sono 27 Masters 1000, 22 Atp 500, 25 Atp 250 e 20 Slam, oltre a 6 Atp Finals; e ancora, dando uno sguardo al passato, 40 titoli tra i 22 e i 25 anni di età, ma pure 7 a 33 e 10 tra i 35 e i 36.

UN VIAGGIO MERAVIGLIOSO

È stato un lungo, meraviglioso viaggio – ha detto lo svizzero dopo la finale di Dubai – e ogni sacrificio che ho fatto negli anni è stato ampiamente ripagato da ciò che ho ottenuto. Questo è un sogno che si avvera, ora vediamo quanta benzina ancora c’è nel serbatoio”. A distanza, col suo solito fare guascone, gli ha risposto Jimmy Connors: “Benvenuto nel club dei centenari – ha scritto l’americano sui social – dove in effetti mi sentivo un po’ solo. Bello avere finalmente compagnia”. Ma non è quello dei 109 di Connors, il prossimo obiettivo di Sua Maestà: “Le motivazioni che mi spingono a continuare sono altre. Per esempio, confrontarmi con le nuove generazioni, vedere come stanno crescendo i giovani. Sono felice di essere ancora in salute, di avere uno staff straordinario e una famiglia meravigliosa che non ringrazierò mai abbastanza”.

MILANO, LA VITTORIA E QUELL’ERRORE…

Per chiudere, un aneddoto curioso, raccontato di recente da quel Julien Boutter che fu il primo degli sconfitti nelle finali Atp. “Quel match decisivo a Milano – ha raccontato scherzando il francese – sarebbe stato da annullare o da ripetere, perché l’arbitro commise un errore clamoroso: cominciai a servire nel terzo set, subendo il break che poi risultò decisivo, quando invece avrebbe dovuto servire Roger”. In pochi se ne accorsero, ma quel giorno a Milano andò effettivamente così. In tanti, invece, ebbero l’impressione corretta: quella di essere di fronte a un futuro campione, oggi divenuto leggenda.