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AUSTRALIA IN ERBA

Pubblicato il 8 gennaio 2019

L’Australia del tennis, per quasi vent’anni dopo l’inizio dell’Era Open, è stata sinonimo di erba, di serve&volley e di schemi d’attacco. Non era Wimbledon, perché al tempo le differenze di prestigio tra i due Slam erano marcate ben più di quanto lo siano oggi, ma in ogni caso tutti coloro che amavano chiudere il punto a rete trovavano ‘down under’ terreno fertile per le loro scorribande. Non è un caso che l’ultimo a vincere il titolo sui campi del Kooyong Stadium, abbandonato poi l’anno successivo per inaugurare – sempre a Melbourne – quello che allora si chiamava Flinders Park, sia stato Stefan Edberg, lo svedese che della volèe ha fatto il marchio distintivo di un’intera carriera. Quella finale vinta sul padrone di casa Pat Cash, altro erbivoro doc, segnò la fine di un’epoca, ma segnò pure il rilancio di un torneo che per lungo tempo era rimasto in seconda fila rispetto agli altri Slam.

UNA SCELTA OBBLIGATA

Perché quando ancora l’Australia era troppo lontana e troppo costosa da raggiungere, erano pochi i giocatori stranieri che si sobbarcavano una trasferta piena zeppa di insidie. A partire da campi che non erano così comodi da addomesticare, e che spesso provocavano polemiche. Per questo, e per adeguarsi ai tempi che stavano cambiando rapidamente (o che forse erano già cambiati), nel Paese di Laver e Rosewall si prese la decisione più difficile, ma pure più inevitabile, del secolo tennistico: abbandonare l’erba. Una scelta radicale ma obbligata, quando era ormai chiaro a tutti che solo Wimbledon, con la sua tradizione e con la forza del suo nome, poteva permettersi di rimanere ancorato a quella superficie così bella e al tempo stesso così complicata da gestire. Per gli atleti ma pure per gli organizzatori.

DA CASH A HEWITT

Eppure proprio quell’erba aveva permesso all’Australia di diventare una nazione leader nel mondo del tennis. E la fine dell’epoca erbivora coincise pure con la trasformazione di un movimento che fino a quel momento aveva prodotto soprattutto (se non solo) elementi in grado di esprimere un serve&volley di qualità straordinaria. Gli ultimi furono due Pat: Cash, vincitore a Wimbledon ma mai in patria, e Rafter, che a Londra mancò due chance in finale, ma in precedenza aveva già timbrato i suoi Major trionfando agli Us Open per due anni di fila, nel 1997 e 1998. In seguito sarebbe arrivato Lleyton Hewitt, a fare da spartiacque tra due modi di intendere il tennis. A far capire che si poteva vincere e diventare numero 1 anche coi passanti, coi colpi di sbarramento, invece che con il gioco di volo.

DE MINAUR, GRINTA E TALENTO

Il tennis aussie non è mai uscito dalle mappe dei vertici del ranking, anche se da Kyrgios a Tomic, nessuno dei nuovi arrivati può dare quelle garanzie di cui un movimento con questa storia gloriosa avrebbe bisogno. Così laggiù si affidano adesso a un prodotto di Spagna, ma con passaporto rigorosamente gialloverde: si chiama Alex De Minaur ed è un concentrato di tutto ciò che è passato nel suo Paese, un miscuglio ben riuscito tra la solidità del suo mentore Hewitt e le idee aggressive di quel Rafter che ha pubblicamente dichiarato di ammirarne il talento. Per arrivare in alto dovrà lottare, Alex, ma la determinazione non è una dote che gli fa difetto. E in un Paese che è pronto a cambiare pelle per rimanere al passo coi tempi, anche i figli di quella terra sanno bene che mettersi in discussione ogni santo giorno è l’unica strada possibile per arrivare davvero in alto.