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MILLE MODI DI DIRSI ADDIO

Pubblicato il 13 dicembre 2018

Non è tanto come si comincia, quanto come si chiude, a mettere in chiaro il carattere di un giocatore. Ci sono mille modi per annunciare il ritiro e ognuno di questi è uno specchio di una personalità più o meno incline allo spettacolo, più o meno riservata. Difficile che in quei momenti si riesca a indossare una maschera. E anche quelli che durante la carriera ne avevano bisogno per proteggersi, giunti a quel punto se ne spogliano mostrando con orgoglio la loro reale natura. Come quando la vita avanza e le paure del giovane lasciano posto alla maturità dell’adulto e alla serenità dell’anziano.

Marina Erakovic, 30enne neozelandese di seconda fascia (ma fu numero 39 nel 2012), è stata l’ultima in ordine di tempo a salutare il circuito in un fine stagione che di addii ne ha accolti diversi. Alcuni attesi, persino annunciati, altri meno. Marina ha scelto un modo decisamente originale di far sapere ai suoi fans (ebbene sì, anche lei ha un suo pubblico di affezionati) che si sarebbero dovuti rassegnare a non vederla più rincorrere una pallina gialla. Si è portata alcuni simpatici cartelli su di una spiaggia e li ha mostrati in un video efficacissimo, senza dire una sola parola, prima di correre verso il mare. Una lezione di marketing e comunicazione a tanti addetti del settore e pure a parecchi colleghi più blasonati di lei.

Una soluzione vivace e accattivante, ben più di quelle conferenze stampa ormai così anacronistiche in un’epoca che fa dell’immagine (possibilmente chiara e incisiva) il primo (e spesso unico) riassunto di un pensiero complesso. Nonostante questo c’è ancora chi sceglie l’opzione più classica per rendere note le sue intenzioni. Oppure c’è chi ne approfitta per affiancare alla conferenza una sorta di festa di addio, come hanno fatto Mikhail Youzhny e Daniel Nestor. Il 36enne moscovita, ex numero 8 Atp, ha vissuto un rituale degno di un principe durante il ‘250’ di San Pietroburgo. Il 46enne doppista canadese, che ha passato vent’anni ai vertici della specialità, ha chiamato alcuni colleghi, li ha invitati a raccontare qualche aneddoto delle loro sfide e il prodotto che ne è scaturito è stato gradevole e spiazzante come un serve&volley su una seconda di servizio.

Spiazzante fu anche, soprattutto per gli appassionati italiani, il ritiro di Flavia Pennetta. Tre anni fa, dopo aver vinto gli Us Open e aver toccato l’apice della sua carriera, la brindisina annunciò al mondo, con ancora in mano il trofeo più importante della sua vita, che di lì a poco avrebbe appeso la racchetta al chiodo. Lasciando tutti di stucco (compresa la sconfitta in finale, Roberta Vinci) e senza avere alcun tipo di ripensamento nei mesi successivi, nonostante le pressioni che le arrivavano da ogni parte. Non fu possibile, allora, allestire alcun tipo di cerimonia, come invece era accaduto tempo prima ad Andre Agassi. Quando nel 2006 fu sconfitto da Benjamin Becker sul Centrale di Flushing Meadows, il Kid di Las Vegas non trattenne le lacrime di fronte a un pubblico che sapeva di assistere all’ultima passerella di una leggenda. Due modi diversi di vivere le stesse emozioni.

C’è poi chi il ritiro lo prepara con un anno di anticipo, salutando ciascun torneo come fosse una riunione di vecchi amici. Come ha voluto fare Francesca Schiavone. E c’è chi lo annuncia e poi fa marcia indietro. Perché non riesce a restare senza tennis o per cause più legate al vil denaro. Il rientro più clamoroso, che peraltro fu un flop assoluto, rimane quello di Bjorn Borg, messo in un angolo da un onesto rematore come Jordi Arrese quando riprese in mano la sua vecchia racchetta di legno sul Centrale del Country Club di Monte-Carlo a inizio Anni 90. Non è andata molto meglio a Thomas Muster, rimasto per un po’ a vivacchiare nel circuito minore prima di dire addio definitivamente. Mentre ben diverso è il discorso tra le donne: da Kimiko Date a Martina Hingis, spesso il ritorno delle ex campionesse è stato ricco di soddisfazioni.

C’è, infine, chi il ritiro non lo annuncia mai (come Tommy Haas), lasciandosi sempre aperta una porta che spesso è una malcelata speranza. O un modo per evitare di mettere nero su bianco quel passaggio a una seconda vita che è pure un simbolo del tempo che passa. Adesso ci interroghiamo su quelli che – stando ai numeri e alle attese – saranno i saluti più dolorosi della storia. Quelli di chi ha cambiato per sempre una disciplina, alzando l’asticella dei record, del talento e dell’affetto del pubblico di ogni parte del pianeta. Quando Roger Federer – che, non dimentichiamolo, va per i 38 – deciderà di dedicarsi ad altro e dirà che può bastare, mezzo mondo (o forse un po’ di più) verserà una lacrimuccia di malinconia. Sarà un (importante) pezzo della vita di ognuno di noi che diventerà un’immagine da guardare nello specchietto retrovisore. Ciascuno, questo momento cruciale, lo immagina a modo suo. Chi come una conferenza stampa, chi come una festa, chi come una sorpresa al termine di un grande trionfo. Ma chissà che lui non trovi il modo, per l’ultima volta, di inventarsi l’ennesimo colpo vincente che nessuno aveva mai nemmeno osato pensare.