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ANARCHIA OPEN

Pubblicato il 6 dicembre 2018

C’è stato un tempo, ormai decisamente lontano, in cui i tornei del Grande Slam viaggiavano tutti allo stesso ritmo, con le stesse regole. Un tempo che oggi più che mai pare preistoria. Con le ultime novità trapelate dall’Australia, potremmo trovarci a breve con quattro appuntamenti e quattro sistemi di punteggio diversi. Se non già nel 2019, forse nel 2020. Una vicenda bizzarra ma non inattesa, perché da tempo il tennis vive uno spazio sospeso di anarchia per ciò che riguarda le regole degli eventi principali. Tutti protesi a trovare la soluzione migliore per entrare nel futuro, ma ognuno con la propria formula esclusiva. Giusto gli Open ‘down under’ sono stati gli ultimi a lasciar filtrare un cambiamento: il tie-break nel set decisivo, ma non (come accade a New York) al meglio dei sette punti, bensì al meglio dei dieci, come già si fa attualmente per sostituire il terzo set delle sfide di doppio nel Tour Atp. In precedenza, Wimbledon aveva optato per un diplomatico tie-break (ai sette punti) sul 12-12 al quinto, mentre il Roland Garros rimarrebbe l’unico a mantenere la lunga distanza, ossia a consegnare il match a chi vanta due game di vantaggio sull’avversario. Magari contando sul fatto che la terra aiuta (ma non sempre) chi risponde e quindi rende il break più probabile rispetto alle altre superfici. Una cosa è certa: quelle sfide infinite che hanno caratterizzato un’epoca sono destinate a scomparire presto da ogni palcoscenico. Almeno finché, magari fra qualche decennio, qualcuno non sentirà il bisogno di tornare a rallentare il ritmo dopo aver capito che non sempre tutto ciò che è televisivo merita maggiore attenzione di ciò che non lo è. Per questo, per tenere viva la memoria, ripercorriamo alcune delle partite più lunghe di ogni tappa dello Slam.

AUSTRALIAN OPEN: INFINITA SCHIAVO

Nel 2011 Francesca Schiavone è già ‘Nostra Signora dello Slam’, dopo che nel 2010 aveva trionfato al Roland Garros smentendo più o meno il 90 per cento dei presunti esperti di ogni parte del pianeta. Ma quella che allora chiamavamo Leonessa ha ancora fame, e dimostra di avere ambizioni importanti anche fuori dalla terra. A Melbourne, incrocia la racchetta con un’altra che ha un caratterino niente male, la russa Svetlana Kuznetsova, nel match che vale l’accesso ai quarti. Ne esce una partita durissima, una maratona di 4 ore e 44 minuti che tiene incollati gli spettatori alle tribune fino all’ultimo quindici. Francesca la spunta per 6-4 1-6 16-14 nell’incontro che ancora oggi resta il più lungo della storia del torneo in campo femminile. Tra gli uomini, c’è un altro italiano di mezzo in un’altra partita da ricordare: nel 1991, Boris Becker si appresta a diventare numero 1 del mondo attraverso la vittoria di Melbourne, ma contro il bolognese Omar Camporese al terzo turno si salva soltanto per 7-6 7-6 0-6 4-6 14-12

ROLAND GARROS: SUITE FRANCESE

2004, Parigi, primo turno del singolare maschile: Fabrice Santoro e Arnaud Clement sono due teste pensanti in un circuito fatto per lo più da picchiatori d’istinto. E quando si incontrano, le loro rispettive intelligenze finiscono per neutralizzarsi a vicenda. Tra una palla corta e uno scambio infinito, tra un attacco in controtempo e un pallonetto vincente sulla riga, corrono i minuti e corrono le ore. Alla fine saranno oltre sei e mezzo, per decidere che tra i due è il ‘Magicien’ Santoro quello che può contare su un maggior sangue freddo. Risultato: 6-4 6-3 6-7 3-6 16-14. Si tratta del match più lungo, in termini di tempo, mai giocato sulla terra del Bois de Boulogne.

WIMBLEDON: IL RECORD DEI RECORD

Nei giorni in cui si fa la storia, John Isner e Nicolas Mahut servono come macchine sparapalle ma rispondono mediamente una volta su quattro. Così il loro match di primo turno sul campo 18 di Wimbledon, nel 2010, segna un momento difficilmente riproducibile per varie epoche a venire. L’americano e il francese se le suonano di santa ragione per tre giorni e complessivamente per undici ore e cinque minuti. Con un quinto set che sbriciola ogni record tra singolare, doppio, doppio misto e qualsiasi altra specialità il tennis possa mettere in vetrina. Quel 70-68 che premia Isner ma che porta entrambi sui libri dei record, è probabilmente uno spartiacque, che segna un prima e un dopo. Tra chi difende i set infiniti e chi li boccia senza appello, il mondo della racchetta si divide a metà. Fino alle notizie di quest’anno che portano un responso chiaro: la vittoria dei rivoluzionari (seppur moderati) sui conservatori.

US OPEN, IL MOMENTO DEI DURI

Lo Slam meno tradizionalista, più innovativo e più portato agli esperimenti, è naturalmente quello che per primo sdogana il tie-break al quinto set. Ma la partita più lunga in campo maschile (Edberg-Chang del 1992, cinque ore e 26), così come le due finali più complesse, non hanno bisogno di arrivare tanto lontano. Nel 1988, Mats Wilander sfianca a furia di corse e passanti Ivan Lendl, dopo un’altalena che però non vede nemmeno una volta i due grandi rivali arrivare al 6-6. Nel 2012, Andy Murray riesce a vivere uno dei giorni più belli della sua vita sportiva, battendo Novak Djokovic per 6-2 al quinto, dopo essersi fatto rimontare un paio di set di margine. Entrambi i match si sviluppano in 4 ore e 54 minuti. Che sul cemento made in Usa, la superficie più dura (in ogni senso) del circuito, sono una vita. Ma che rimangono in ombra rispetto alle storie folli degli altri Slam.