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IL GIGANTE GENTILE

Pubblicato il 14 novembre 2018

Le ATP Finals hanno trovato un primo protagonista, che ha già un piede e mezzo in semifinale. Basterà fare tre game, a Kevin Anderson, nella sfida contro Roger Federer, per piazzare i suoi due metri e tre centimetri in semifinale. Ma c’è da star certi che non si accontenterà di fare la comparsa, il 32enne sudafricano dai modi gentili, che per anni è stato oggetto misterioso (quando non anonimo) del Tour, e che oggi è passato da una pur onorevole seconda fila a un posto tra coloro che si contendono i titoli importanti. Ci ha provato un paio di volte negli Slam, Us Open 2017 (fermato da Nadal) e Wimbledon 2018 (al tappeto con Djokovic), ora ci prova in quello che una volta chiamavano Masters, forte di un entusiasmo che nessuno tra i colleghi presenti a Londra può vantare. Nemmeno il rinato Djokovic.

UN PERCORSO ANOMALO

Perché un conto è essere abituato alle vittorie pesanti sin da giovane, un conto è arrivarci con la consapevolezza di un uomo maturo, con le prime rughe sul volto e con un bagaglio di esperienza che ti fa gustare il successo e il percorso in un modo più completo, meno di pancia, più di testa e di cuore. Kevin è entrato per la prima volta tra i top 100 a 22 anni, ma ne è uscito dopo tre settimane e ha dovuto attendere altre due stagioni per tornarci, stavolta in maniera più stabile. Ha assaggiato il gusto dei top 20 a 27 anni, mentre i top 10 (per una settimana) sono impresa del 2015, prima di questo 2018 che ne ha segnato l’esplosione. Anderson non ha solo confermato che il finale dell’annata precedente non era stato un caso, ma è riuscito a limare piano piano i suoi difetti (ne aveva, ne ha ancora) per giungere al best ranking di numero 5. Non lontano da quei due miti, Nadal e Federer, che messi al suo fianco fino a poco tempo prima sembravano giocare un altro sport.

UN ESEMPIO PER IL SUDAFRICA

Kevin non è solo servizio, non più. È anche un costante bombardamento da fondo che sul rapido fa paura, per ritmo, precisione, profondità e capacità di capitalizzare al meglio ogni momento della partita. Se ne è accorto Kei Nishikori, che all’esordio aveva fatto fuori Re Roger pregustando già un torneo da primattore, e che ha dovuto ridimensionare pesantemente le sue ambizioni quando – di fronte al sudafricano – ha raccolto un misero game. Roba da cercare negli annali per trovare un precedente, se si parla delle sfide tra gli otto più forti del pianeta. Ora l’asiatico è quasi fuori, perché basterà una vittoria di Federer con le dovute proporzioni per qualificare lo svizzero e il gigante di Johannesburg. Il quale, una volta nei Fab Four della O2 Arena, non avrà nulla da perdere e potrebbe puntare al titolo più importante della vita. “La sensazione di fiducia che mi ritrovo in questo momento – ha detto dopo aver battuto Nishikori – non l’ho mai provata in tutta la mia vita. È un periodo straordinario, me lo voglio godere fino alla fine. Per me e per il Sudafrica, per i ragazzini che mi seguono e che sperano un domani di essere al mio posto”. Sì, essere un esempio è una bella sensazione, avere un Paese intero che ti spinge anche. I limiti spariscono, le forze raddoppiano. E persino Djokovic e Federer non possono dirsi al sicuro.