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IL DEMONE DEI DUE MONDI

Pubblicato il 8 novembre 2018

È un altro figlio dei nostri tempi, di un mondo mai così piccolo e a portata di mano. Alex De Minaur è australiano, ma è pure spagnolo. Perché è nato a Sydney, ma vive ad Alicante da quando era un bambino, e il tennis era soltanto una delle tante opzioni per tenere occupato quel cucciolo vivace. Papà uruguaiano emigrato in Australia, mamma spagnola, carattere duro e tenace come quello dei veri aussie, Alex ha un aspetto da bravo ragazzo che stride con la sua anima sportiva, quella dei lottatori all’ultimo sangue, che piuttosto di regalare un quindici si fanno torturare. Non a caso, in patria si è guadagnato il nomignolo di ‘Demon‘, demone. Non perché sia scontroso o antipatico, tutt’altro, ma solo per l’effetto che fa agli avversari dall’altra parte della rete: quello di un muro che devi provare ad abbattere a testate. A Milano, nelle Next Gen Finals, se ne sono accorti Liam Caruana (e non c’è nulla di strano) ma pure Andrey Rublev, disinnescato dalla contraerea australiana.

HEWITT COME MENTORE

Alex non è solo difesa, non è solo pressione, non è solo contrattacco. È tutto questo messo assieme, con un bagaglio tecnico di tutto rispetto che non dimentica proprio nulla. E che forse lo mette persino un passo avanti, sotto il profilo della qualità pura, rispetto al suo mentore Lleyton Hewitt. Il quale – è bene ricordarlo – con tutti i suoi limiti è stato pur sempre numero 1 del mondo, seppur nell’interregno che si aprì in attesa dell’era dei Federer, dei Nadal e dei Djokovic. Un australiano come guida, uno spagnolo (Alfonso Gutierrez) come coach ufficiale, a far tornare quella doppia cittadinanza che non è scritta nel passaporto ma lo è eccome – cosa ben più importante – nel suo dna sportivo e mentale. “Lleyton è un esempio – ha sempre detto lui – e non riesco a dargli un’etichetta. Semplicemente, mi ritengo una persona fortunata ad averlo vicino, a poter imparare da lui”.

DUE FINALI IN CASA

‘Demon’ ha solo 19 anni, essendo nato il 17 di febbraio del 1999. Ed è il più giovane (insieme a Denis Shapovalov) nei primi 100 giocatori del mondo. Ma detto così suona riduttivo. Alex è già alle soglie dei top 30, a un passo dai campioni che fino a pochi mesi fa guardava in tv. E che adesso invece cominciano ad avere paura di lui. La sua stagione era iniziata col botto: semifinale a Brisbane, finale in casa a Sydney, ripetuta tre mesi dopo nella sua città d’adozione, Alicante (ma in questo caso a livello Challenger). Un’altra finale, quella nel 500 di Washington (persa contro Sascha Zverev) ha sancito un salto di livello percepito da tutti, compreso il protagonista della vicenda. Che infatti ai successivi US Open avrebbe messo paura a Marin Cilic, cedendo solo al quinto set. Come anno d’esordio nel Tour maggiore, poteva andare peggio. E che il primo titolo non sia ancora arrivato è un problema relativo. Perché De Minaur non punta a stupire, punta a esserci quando conta.