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SCACCO MATTO IN QUATTRO MOSSE

Pubblicato il 1 novembre 2018

 

 

Lo scorso 2 luglio era numero 21 del ranking Atp. Cominciava il torneo di Wimbledon e Novak Djokovic era tormentato dai dubbi, giunti così forti dopo la sconfitta patita da Marco Cecchinato al Roland Garros, da fargli pronunciare parole interpretabili come un’anticamera del ritiro definitivo. Quattro mesi più tardi, il serbo si riprende la poltrona di numero 1 che non occupava dal 31 ottobre 2016, due anni esatti. Lo fa tornando a essere ciò che era fino a quando gli infortuni e una serie di domande esistenziali lo avevano infilato in un tunnel di incertezza che pareva infinito. La fa dopo aver messo in cascina quello stesso Wimbledon iniziato con un enorme punto di domanda, e ancora Cincinnati, Us Open e Shanghai. Dal 2 luglio a oggi, Novak ha perso un solo incontro – con il greco Tsitsipas nel terzo turno a Toronto – su 28 partite giocate. Una macchina pressoché perfetta, rimessa in moto a tempo di record, con una continuità che ha stupito pure coloro che gli stavano più vicino.

DECISIVA LA VITTORIA CON NADAL

Djokovic tornerà in vetta al mondo ufficialmente lunedì 5 novembre. Ma già da ieri, quando Rafael Nadal ha dato forfeit prima del suo esordio a Parigi Bercy, ha avuto la certezza di riprendersi il ruolo di leader. Quel ruolo che in realtà era stato già certificato sul campo dai due Major vinti in successione, tra Londra e New York. Proprio una sfida con Nadal, ancora una volta, era stata al centro della svolta, perché in fondo questa rincorsa che sarà coronata all’inizio della prossima settimana cominciò a costruirsi concretamente nella semifinale dei Championships, con il maiorchino sconfitto per 10-8 al quinto set. In quel momento, ancora prima dell’ultimo atto contro Kevin Anderson, si era avuta la certezza del ritorno del campione serbo, dei suoi urli a sottolineare un colpo vincente, della sua fame che nei mesi difficili non era mai calata. Era soltanto sopita sotto una coltre di dubbi.

 

SEI MESI PER SCAVARE UN SOLCO

Nei prossimi sei mesi, inoltre, Nole dovrà difendere pochissimo, e sostanzialmente potrà solo migliorare. Dal suo ranking usciranno soltanto gli ottavi di finale in Australia, i quarti al Roland Garros, la semifinale a Roma e gli ottavi a Montecarlo. In tutto, la miseria di 990 punti sugli attuali 7445. Ecco perché non è difficile immaginare un ritorno del Djokovic dominatore, che tra il 2015 e il 2016 aveva fatto persino ipotizzare la conquista del Grande Slam, la vittoria nei quattro Major in una sola stagione. Un traguardo che non può essere certo obiettivo dichiarato – perché si passerebbe per megalomani – ma con altrettanta certezza è tra le idee che trovano ospitalità nella mente vivace del 31enne di Belgrado.

 

IL VECCHIO STAFF E LA FAMIGLIA

Le chiavi di questo ritorno? Ovviamente la ritrovata condizione fisica, ma pure una serenità familiare che per un lungo periodo era stata intaccata. E – come ultimo tassello, ma non meno importante – il ritorno con il suo staff di sempre e con coach Marian Vajda, con il quale Nole aveva costruito gran parte della sua fortuna. Gli esperimenti di mezzo, quelli che avevano coinvolto Pepe Imaz prima, Radek Stepanek e Andre Agassi poi, si sono rivelati infruttuosi. Fuori contesto per quel giocatore che nel giro di pochi mesi si era trovato perso, irriconoscibile persino a se stesso. Oggi Novak torna al numero 1 e riparte da quota 223, le settimane passate in vetta fino all’ottobre di due anni fa. Solo Marat Safin, nel nuovo Millennio, era riuscito a passare in una sola stagione dall’essere fuori dai top 20 a diventare il più forte di tutti. Ma il russo era uno che delle imprese di un giorno, così come delle rapide discese, aveva fatto un suo marchio di fabbrica. Djokovic, invece, è tornato per dominare come fanno i veri padroni.