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RF: ANALISI DI UN MITO

Pubblicato il 31 ottobre 2018

Quando si ritirerà Roger Federer? Probabilmente non lo sa nemmeno lui. E in ogni caso, anche in seguito, saprà sicuramente essere utile al mondo del tennis”. A sostenerlo è Stefano Semeraro, giornalista specializzato del quotidiano La Stampa, che sulla leggenda Roger, all’inizio di quest’anno, ci ha pure scritto un libro: ‘Il Codice Federer‘ (Edizioni Pendragon). Un racconto che comincia dalla difficile formazione di un giovane ribelle, fino alla maturazione di quel talento che ancora oggi ammiriamo estasiati, a oltre vent’anni dal suo esordio tra i professionisti. “Si può considerare il campione perfetto – continua Semeraro – e non solo per come ha saputo sviluppare la sua carriera sul campo, ma pure per come si comporta fuori, con tifosi, addetti ai lavori, giornalisti. È antidivo se ce n’è uno, ha una famiglia che è l’immagine della felicità, è corretto e sta già pensando al suo futuro, pur continuando a essere protagonista ai massimi livelli. Eppure non è stato tutto semplice nemmeno per lui. Si conoscono bene, ormai, i suoi trascorsi da juniores, quando non era affatto raro vederlo spaccare una racchetta dalla rabbia e perdere tanti match alla sua portata. La capacità di cambiare è stata la chiave del suo successo, pur restando genuino e fedele alla sua natura”.

20 SLAM, CON ALCUNI RIMPIANTI

In realtà, di chiavi per comprendere come sia nato il fenomeno di Basilea ce ne sono tante, e un’altra chiama in causa i suoi avversari. “Rafa Nadal e Novak Djokovic, in particolare. Entrambi sono in vantaggio negli scontri diretti, ma hanno vinto meno titoli Slam di lui. A fine carriera non è escluso che riescano a superare quella straordinaria quota 20 di Roger, ma a segnare quest’epoca, nell’immaginario della gente, sarà comunque lo svizzero”. Il dibattito sul ‘Goat‘, ossia sul migliore di ogni epoca, è invece sempre aperto, ma è destinato a restare senza risposta. “Non mi affascina particolarmente – spiega l’autore – perché ogni epoca ha i suoi miti, e ognuno deve essere pesato e valutato nel proprio contesto, contro i rispettivi rivali. Senza limitarsi a un mero conto matematico. Piuttosto, se vogliamo parlare di numeri, si può dire che Roger abbia perso diverse chance per regalarsi un bottino Slam ancora superiore. Giustamente ci si concentra sui 20 titoli, ma poche volte si pensa a cosa sarebbe potuto succedere se alcune di quelle dieci finali e di quelle tredici semifinali perse fossero andate diversamente. Senza contare che c’è ancora la chance di aggiungerne altri”.

FAMIGLIA E AMICI, IL SUO RIFUGIO

A contribuire alla sua enorme popolarità, anche la sua provenienza. “Roger è svizzero, dunque per sua natura è perfettamente neutrale. Parla fluentemente tre lingue (tedesco, francese e inglese, ndr), oltre a qualche parola di italiano. E anche sotto questo aspetto è il campione più universale possibile, che ovunque vada trova tifosi e consensi. Non sarebbe stata la stessa cosa, probabilmente, se fosse stato francese, tedesco o americano. Ad accomunarlo con Nadal e Djokovic, invece, c’è la solidità e la tranquillità della sua vita familiare. Genitori presenti, intelligenti, ma mai invadenti. Una moglie-manager che ha saputo stargli accanto in maniera perfetta, facendogli da spalla ma rimanendo comunque nell’ombra. E quattro figli che sono una benedizione”. Un unico appunto, gli viene mosso in quest’ultimo periodo: quello di non aver dato – negli anni – troppa importanza alla Davis, e di essersi già lanciato nell’imprenditoria, con l’impresa della nuovissima Laver Cup. “In realtà Roger alla Davis ha dato parecchia importanza, in particolare all’inizio della sua carriera, quando l’ha giocata spesso (70 incontri tra singolare e doppio, ndr). Per lui era anche un’occasione di ritrovare amici veri e di vecchia data, come Yves Allegro e Marco Chiudinelli. Poi deve aver capito che con loro non avrebbe avuto chance concrete di vincerla, e si è un po’ fatto da parte, almeno fino all’arrivo di Wawrinka. La Laver Cup, invece, è il segno chiaro che – pur da giocatore in attività – Federer si stia già testando come businessman. Del resto non è l’unico, tra gli sportivi, a cominciare una seconda carriera mentre ancora è in corso la prima”.

LA LAVER CUP PER NON DIRSI ADDIO

E così, torna in primo piano l’argomento attualmente più dibattuto quando si parla dell’elvetico. Il possibile ritiro. “Credo – chiude Semeraro – che non ci si debba porre il problema, in questo momento, perché sono troppe le variabili che andranno a incidere sulla sua decisione. Alla base, ci sarà la sua capacità di essere o meno competitivo. Quando sentirà di non esserlo più, probabilmente saluterà il suo mondo e si dedicherà agli altri progetti. Le Olimpiadi 2020, anche per questioni di sponsor, potrebbero essere un obiettivo. Ma chissà che, trovando prima di quella data una buona occasione, non decida di sorprenderci ancora una volta dicendo addio dopo una grande vittoria. In ogni caso, ha già annunciato che potrebbe giocare la ‘sua’ Laver Cup pure dopo il ritiro, e per parecchio tempo. In fondo lo speriamo tutti: che ci sia almeno una occasione all’anno per rivederlo all’opera, e non lasciarci completamente orfani, da un giorno all’altro, del suo talento”.