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TENNISTI E UOMINI

Pubblicato il 11 ottobre 2018

Zio Toni, parlando del loro rapporto, ha sempre spiegato che le lezioni più importanti sono state quelle vissute fuori dal campo, durante le ore passate seduti a un tavolo a parlare della vita. Per questo, Rafael Nadal è diventato un uomo molto prima di diventare un campione. E non è stato certo un processo casuale, quello per cui il giovane Rafa si è presto tramutato da speranza in certezza, da vincitore a dominatore, da top 10 a numero 1. L’adolescente Nadal aveva già interiorizzato una parola chiave del percorso: umiltà. Quella che gli consigliava di non sentirsi mai davvero appagato, quella che gli suggeriva di tirare lo ‘straccio’ alla fine degli allenamenti. Quella che ha sempre dimostrato con addetti ai lavori e tifosi. Così, chi lo conosce bene non si è sorpreso più di tanto, nel vederlo mettere impegno e lavoro per aiutare la sua isola, Maiorca, martoriata dal maltempo e dalle inondazioni. Indossati gli stivali e qualcosa di impermeabile, Rafa è sceso nelle strade piene di fango, nelle cantine allagate, per dare una mano concreta agli abitanti di quel luogo così vicino a casa, dove lui è prima di tutto un concittadino, poi in seconda battuta un fenomeno dello sport. E c’è da giurare che non gli abbia fatto troppo piacere che quella sua immagine sia stata disegnata dai media come qualcosa di straordinario. Lui che in queste vicende vede solamente il lato umano, intimo, e non si arroga certo un ruolo da esempio per il mondo.

L’ESEMPIO DELLA NORMALITÀ

La sua qualità migliore, in fondo, è proprio questa. Essere un esempio senza cercare di esserlo a ogni costo. Dando per scontato che una star sia anche una persona come le altre, e che come tale debba reagire alla sorte avversa con la solidarietà che – per paradosso – è più frequente nella vita di coloro che non hanno conosciuto particolari fortune. Lui che la fortuna se l’è cercata lungo un percorso tortuoso e ripido, senza mai risparmiarsi, è capace di capire quando è tempo di donarsi senza chiedere, senza pensare. Così non avvisa i media o il suo ufficio stampa, se ha in mente di dare una mano. Semplicemente, come farebbe ogni buon amico, trova la strada più breve per risolvere i problemi di coloro che gli stanno vicino: mettersi a lavorare. E non (solo) dare soldi in beneficenza, ché quelli servono sì, ma senza le persone diventano un mucchio di carta inutile, numeri senza valore. Lo stupore e l’ammirazione dei social e di alcuni colleghi per la vista del 31enne di Manacor al servizio degli sfollati di Maiorca hanno però anche il retrogusto amaro dei nostri tempi malati d’individualismo. Dove un’azione normale sembra un’eccezione e dove si pensa (o si teme) che chi aiuta lo debba fare per avere un tornaconto. Niente, in questo caso, di più lontano dal vero.

UNA CARRIERA IN UN’IMMAGINE

La carriera dello sportivo Nadal si potrebbe leggere e interpretare meglio da questi ultimi giorni difficili della sua isola, e dal suo intervento, piuttosto che da tanti discorsi tecnici. Perché di gente che nasce col talento in fondo ce n’è tanta. Ma i personaggi in grado di coltivarlo fino a farne disciplina, regole e lavoro, sono pochi. Il Rafa degli 11 Roland Garros, dei 17 Slam, delle tante settimane passate al numero 1 del mondo, non sarebbe mai esistito senza quella sua anima più profonda che, senza fatica, gli indica cosa fare nelle situazioni delicate. Quella che, prima di un tennista capace di fare la storia, lo rende un uomo capace di dare valore a ciò che conta davvero. Ora che è fermo ai box per uno dei tanti acciacchi che ne hanno costellato la carriera, ora che la leadership vacilla e le Atp Finals sono un’incognita, il nipote di zio Toni ricorda a tutti – senza volerlo – perché a 31 anni, e con una carriera non certo vicina alla conclusione, è già entrato nella leggenda. Ricorda a tutti che non serve impugnare una racchetta per essere un campione.