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SINDROME DELL’ABBANDONO

Pubblicato il 9 ottobre 2018

Da qualche tempo, il mondo del tennis sembra soffrire di un problema per nulla trascurabile, riassumibile in tre parole: sindrome dell’abbandono. ‘Quella paura – si legge nei manuali di psicologia – di poter perdere la persona con cui si condivide la quotidianità, la persona amata, e di conseguenza rimanere privi di qualsiasi legame affettivo’. In questo caso la persona amata non è una sola, ma sono almeno due, se non tre. Roger Federer su tutti, perché lo svizzero in quanto a tifosi non è secondo a nessuno. Poi Rafa Nadal, che malgrado non abbia il talento dell’elvetico ha saputo conquistare la gente a suon di corse, fatica, sudore, e progressi tecnici sconosciuti fino al suo approdo nel circuito. Infine, un po’ più staccato, Novak Djokovic, che non ha scaldato i cuori come i primi due, ma con entrambi i rivali ha un bilancio in attivo. Oltre a essere sul podio dei plurivincitori di Slam, ovviamente alle spalle di Roger e Rafa.

L’EPOCA MIGLIORE

Abbiamo la fortuna di vivere nell’epoca che, risultati alla mano, ha riscritto l’intera storia del tennis. Con questi tre campioni che si stagliano ben al di sopra della concorrenza attuale, ma ugualmente al di sopra dei grandi del passato. Tre uomini che hanno saputo vincere almeno una volta ogni torneo dello Slam. Cosa che non era accaduta, per esempio, a personaggi come Pete Sampras (che condivide il terzo gradino del podio con Novak Djokovic), Bjorn Borg, Jimmy Connors, Ivan Lendl e Boris Becker, giusto per fare qualche nome. In totale, tra Federer (20 titoli), Nadal (17) e Djokovic (14), parliamo di 51 Major incamerati, una cifra mostruosa se pensiamo che riguarda un terzetto di giocatori che hanno vissuto la stessa epoca, e dunque hanno dovuto lottare uno contro l’altro per riuscire ad arrivare in fondo. La fortuna di appartenere a questo tempo, però, si porta in dote anche un rovescio della medaglia: la consapevolezza che il dopo non sarà per nulla semplice. Perché al termine di ogni grande amore qualsiasi bellezza appare sfocata, priva di senso.

RIVOLUZIONI IN VISTA

Questa sindrome dell’abbandono è sotto gli occhi di tutti. E non riguarda solo i tifosi, ormai poco attratti da tutto ciò che non parla di Roger (37 anni), Rafa (32) o Nole (31). Riguarda anche le organizzazioni che stanno a capo del circuito, dunque la Federazione internazionale e l’Atp, l’associazione dei giocatori. Mai come in questi anni, abbiamo assistito a tanti tentativi di rivoluzionare uno sport che ha una storia pluricentenaria. Dalle operazioni che puntano a rendere il tennis più fruibile e dunque maggiormente adatto alle televisioni (come lo shot clock, o più ancora le Next Gen Atp Finals e i set ai quattro game) ai radicali cambiamenti che hanno riguardato la Coppa Davis, per chiudere con le nuove manifestazioni (Laver Cup), tutto sembra guardare al futuro con un misto tra timore, ansia e curiosità. Che in fondo non è un dato totalmente negativo, perché porta a non sottovalutare l’impatto di regole antiche sulle generazioni dei nativi digitali. Una consapevolezza che però non deve sfociare nella necessità di modificare a tutti i costi qualcosa che in fondo ancora funziona come un meccanismo quasi perfetto. A prescindere dall’età di chi guarda.

NON SOLO NUMERI

Mai, il tennis, è stato popolare in tutto il mondo come lo è in questo momento, e gran parte del merito va proprio al carisma, al carattere e al talento dei tre protagonisti principali. Ma non dobbiamo dimenticare il passato, e quindi quelle paure, poi rivelatesi infondate, che già si erano vissute alla fine di ogni grande ciclo. McEnroe e Borg sembravano inarrivabili, eppure sono passati a essere ‘solo’ storia e non nostalgia, quando sono apparsi nel circuito Sampras, Agassi e compagnia. Gli intermezzi di numeri 1 meno popolari (Hewitt, Ferrero, Roddick) ci sono stati e sono inevitabili, ma non rappresentano la norma. Perché in fondo ogni generazione ha avuto i suoi miti, e soprattutto i miti vanno al di là dei numeri. Sarà difficile per chiunque raggiungere i 20 Slam di Federer, ma pure i 17 di Nadal. Eppure c’è qualcuno che si troverebbe in preda alla disperazione se all’orizzonte si stagliasse un nuovo McEnroe, con i suoi ‘miseri’ sette Major? E c’è qualcuno disposto a scommettere che nessuno tra Shapovalov, Tsitsipas, Zverev, Rublev, o qualcuno che ancora non riusciamo a vedere, possa diventare un campione destinato a trascinare le folle?