blog
home / BLOG / IL PANDA BERNARD

IL PANDA BERNARD

Pubblicato il 1 ottobre 2018

Fino a una settimana fa, Bernard Tomic poteva essere legittimamente considerato come un tennista in via di estinzione. Nel senso che si stanno estinguendo quelli con un talento così particolare, poco muscolare e con una fantasia fuori dal comune. Ma pure nel senso che si stava estinguendo lui stesso, vittima di una fatale indolenza e di frequenti colpi di testa. Proprio a Chengdu (Cina), nella città dei panda, animale simbolo della lotta per la sopravvivenza, il 25enne australiano nato in Germania è tornato a lasciare una traccia del suo passaggio. Lo ha fatto nel modo più tipico per uno come lui, che della parola banalità non conosce nemmeno il significato. Ha recuperato da 0-3 nel tie-break decisivo dell’ultimo turno delle qualificazioni contro il bielorusso Egor Gerasimov, ha annullato un match-point negli ottavi al sudafricano Harris, e infine ne ha annullati addirittura quattro in finale a Fabio Fognini, impedendo all’azzurro di diventare il primo italiano di sempre a vincere quattro tornei in una sola stagione.

I QUATTRO MATCH-POINT

Certo Fabio ci ha messo del suo, nella sconfitta che gli ha negato un primato storico, perché quando si è trovato avanti per 6-3 nel tie-break decisivo ha commesso un doppio fallo sanguinoso per lui e determinante per mantenere vivo l’incontro. Poi è arrivata la sorte, sotto forma di un nastro, a decidere che la partita doveva girare. E infine un ace del ‘panda Bernard’ ha rimesso tutto in parità. Il tempo di cancellare una quarta opportunità, e Tomic si è trovato a servire con un match-point a favore. Ha dato uno sguardo al cielo, perché proprio in quel momento ha cominciato a piovere. Probabilmente ha pure pensato di andare dall’arbitro a lamentarsi, magari chiedendo di sospendere il match, seguendo la sua peggiore indole autolesionista. Poi, in un flash di lucidità, deve essersi ricordato che in fondo stava girando tutto a suo vantaggio, che una sospensione proprio in quel momento gli avrebbe soltanto fatto del male. Quindi è tornato sui suoi passi, ha servito in fretta e furia e poco dopo ha messo a terra un diritto imprendibile che gli ha consegnato il quarto Atp della carriera, il primo dal 2015.

BEST RANKING AL NUMERO 17

Non si tratta di un’impresa straordinaria, per uno con i suoi mezzi. Ma lo diventa se pensiamo alla parabola di una carriera che sembrava ormai quasi irrecuperabile. Numero 17 del ranking solo un paio d’anni fa, dopo cinque stagioni passate entrando e uscendo dai top 50, Bernard stava letteralmente gettando alle ortiche un talento raro, per una scarsa attitudine al sacrificio e per una vita troppo comoda, che non prevedeva la dedizione al sacrificio. Non si contano le sue trovate bizzarre, le multe ricevute dentro e fuori dal campo, le apparizioni sui giornali per via di comportamenti discutibili. Ma non si contano nemmeno i colpi vincenti eseguiti con gesti assolutamente estranei ai manuali che spiegano il tennis contemporaneo. Gesti anomali, colpi piatti o addirittura con una rotazione in back, che magari si possono trovare in un torneo per veterani, ma che lui riesce a eseguire con la rapidità di braccio necessaria affinché siano competitivi di fronte ai migliori del mondo.

IL PASSAGGIO DELLA MATURITÀ

Così tra un rovescio tagliato e un servizio a 200 all’ora, tra un diritto-trabocchetto che è difficile da affrontare e un attacco in controtempo, Bernard ha ritrovato la via della vittoria. Lo ha fatto in una giornata in cui non sembrava nemmeno lui. Con addosso un elegante completo ‘all white’, con un atteggiamento da ‘dieci in condotta’ e mai una parola fuori posto. Come se sentisse di essere di fronte a un momento di passaggio. Al momento in cui il ragazzino deve fare posto all’uomo. Un uomo che dopo aver vinto si è lasciato andare, si è sdraiato sul cemento di Chengdu come se avesse vinto Wimbledon, tornando poi a baciare quel campo che da oggi assume un significato davvero particolare. Chissà che nella terra dei panda sia iniziato il recupero di un giocatore che farebbe molto bene al tennis di vertice. E che al vertice, invece, ha rischiato (e rischia ancora) di non arrivarci mai.