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IL SALUTO DEL COLONNELLO

Pubblicato il 19 settembre 2018

Lo abbiamo chiamato così, ‘Colonel’, per quella sua abitudine di accogliere le vittorie con un saluto militare, in onore del papà e della tradizione di famiglia. E lo abbiamo ammirato in tante partite, con quel suo rovescio unico, ‘a una mano e mezza’, che incantava il pubblico e lasciava di sasso gli avversari. Oggi a San Pietroburgo comincia l’ultimo torneo della carriera di Mikhail Youzhny, 36 anni di Mosca, uno dei talenti più brillanti della sua generazione, che probabilmente non ha raccolto quanto avrebbe meritato. Ma che in fondo si è tolto tante soddisfazioni, nei suoi 20 anni di vita sportiva: numero 8 Atp come best ranking, 14 anni consecutivi nei top 100, due semifinali agli Us Open e i quarti in ogni Slam, dieci titoli vinti nel circuito maggiore. Un campione della fascia di mezzo, non da primissime posizioni, non da Major. Ma un campione comunque, che lascia tanti tifosi trovati in giro per il mondo in un andirivieni di due decadi, senza mai risparmiarsi. Nemmeno quando la classifica in fase calante lo ha obbligato a tornare a giocare i Challenger.

LA VITTORIA IN DAVIS

Nel 2002, a Parigi, il suo momento da ricordare, quello che lo porterà nella storia del nostro sport. Chiamato a giocare il quinto singolare della finale di Davis contro la Francia, Youzhny firma l’impresa battendo in cinque set Paul-Henri Mathieu, rimontando due set di svantaggio, dopo una chiacchierata (non autorizzata ma provvidenziale) con il fratello. Una partita che lascia il transalpino in preda al panico e alle sue paure, ma che lancia il russo tra gli eroi sportivi della sua terra. A soli 20 anni. Il suo rendimento in Nazionale parla di 21 vittorie e 17 sconfitte (15-11 in singolare), ma quel match di Bercy vale più di ogni numero, più di ogni bilancio. I suoi connazionali lo adorano, perché in lui vedono l’emblema di ciò che vorrebbero essere: combattenti, magari non perfetti, ma sempre con passione ed entusiasmo come guide, in qualsiasi tipo di battaglia. “Mentre i giovani di oggi – sottolinea un giornalista che conosce bene le vicende del tennis russo – sono troppo morbidi, poco professionali, Mikhail è uno che ha sempre dato tutto quello che aveva, per il bene suo e del suo Paese”.

‘ORA VIVO PER LA FAMIGLIA’

Posso dire di aver avuto una carriera eccezionale – spiega lui – e non avrei mai pensato di poter giocare ancora nel 2018, e inoltre di mantenermi a un livello così alto (oggi è appena fuori dai top 100, ndr) per tutto questo tempo. Sono stato tra i primi della mia generazione a entrare nei primi 100, e oggi posso dire che mi ha aiutato la mia attitudine, il mio modo di intendere il professionismo. Ho deciso di dire basta perché capivo di aver bisogno di più tempo, rispetto al passato, per recuperare dopo un match duro. E soprattutto perché è giunto il tempo di dedicarmi alla mia famiglia, ai miei bambini. Fin qui loro hanno vissuto la mia vita, adesso io devo cominciare a vivere la loro”. Parole di uno sportivo raro, una persona con un’educazione non comune, laureato in Filosofia a Mosca, nel 2011, quando era nel pieno della sua carriera di alto livello. Un giocatore che è il secondo dopo Kafelnikov, nella storia del tennis russo, per numero di partite vinte nel Tour. Più di Safin, più di Davydenko, più di Chesnokov. Uno a cui si perdona tutto. Anche quelle auto-punizioni inflitte a colpi di racchettate sulla testa, che in un paio di occasioni gli hanno fatto fare il giro del web per motivi decisamente meno nobili di una grande vittoria.