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L’ULTIMO RITORNO

Pubblicato il 2 agosto 2018

Dalla posizione numero 832 del ranking ATP, guardare il mondo alla rovescia è un esercizio complicato. Soprattutto se sei stato abituato al numero 1, a vincere gli Slam, a recitare da primattore. Ma può essere pure un esercizio interessante, stimolante. Senza dubbio è un momento di prova, un test per verificare quanto ancora c’è di campione in quello che, leggendo il ranking, adesso sembrerebbe solo uno dei tanti. Andy Murray lo aveva detto, prima del Citi Open, il ‘500’ di Washington: “Mi sento bene, ho ottime sensazioni, come mai ho avuto di recente”. E aveva ragione: primo turno da brividi contro Mackenzie McDonald, punito da un’invasione di campo da principiante nel momento clou del terzo set. Secondo turno che rappresenta una conferma, il momento migliore dal suo rientro: a farne le spese, l’altro britannico Kyle Edmund, sconfitto in tre set da un Murray finalmente tornato ‘cattivo’ e affamato.

MURRAY E DJOKOVIC, STOP DIVERSI

Il mio infortunio e quello di Djokovic non sono paragonabili – spiega Andy – e neppure quello che ci è accaduto durante il periodo di assenza può essere confrontato. Ma vederlo tornare al top, così come vedere Rafa e Roger così competitivi ben oltre i trent’anni, è qualcosa che mi dà una motivazione extra. Di sicuro mi dice che, lavorando bene, potrò tornare a lottare per i grandi tornei. Una sensazione impagabile”. Sa bene, Murray, che questo momento di passaggio è cruciale nella seconda parte della sua carriera. Sa bene che i ritorni non sono mai semplici, ma che possono diventare un trampolino di lancio per fare ancora meglio di prima. Alla faccia dell’età. Come ha dimostrato in maniera efficace Andre Agassi, prima ancora dei protagonisti della generazione attuale.

WASHINGTON PER RIPARTIRE

Washington è una tappa che, per lo scozzese, potrebbe rivelarsi decisiva. Perché dopo il timido tentativo sull’erba e il forfait di Wimbledon, da più parti si temeva davvero che questo benedetto rientro a tempo pieno dovesse essere posticipato a tempo indeterminato. Troppo in là nel tempo per ricavarne una speranza concreta. Invece la campagna americana si è aperta con la sorpresa di trovarlo già pronto. Non solo per giocare, ma per vincere: “Che non è una differenza da poco – spiega lui – perché puoi essere contento di tornare in campo e confrontarti con i colleghi, ma se continui a perdere non ti diverti affatto. La sfida vera è conquistare i trofei.” Di sicuro, oggi, c’è meno pressione rispetto al passato, perché in fondo nessuno si aspetta i miracoli da Andy, e non esistono punti da difendere, pronostici da rispettare. “Essere 800 al mondo è strano, ma se vinco due o tre match posso guadagnare 300 o 400 posti in una settimana. Penso che sarà divertente. E senza dubbio sarà molto diverso da un anno come il 2016, vissuto sempre sotto i riflettori.”

REUNION FAB FOUR?

Ora però, con due match tutt’altro che banali vinti, le prospettive si modificano di colpo: “Trasferire in partita le sensazioni dell’allenamento, per quanto positive possano essere, non è affatto banale. Non è automatico, come la gente potrebbe pensare. Partire senza certezze significa partire senza pressione, ma nel giro di poco tempo tutto può cambiare e allora bisogna farsi trovare pronti”. Murray sa come si vince, sa come si mette paura all’avversario. Sa come lottare. Fino a ieri, forse, si potevano avere dei dubbi sul fatto che sapesse come riprendere il filo di un discorso interrotto. Oggi, anche quei dubbi stanno scomparendo. La reunion dei Fab Four pare solo questione di tempo.