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IL RE HA PERSO, VIVA IL RE

Pubblicato il 11 luglio 2018

È sull’undici pari e trenta pari del quinto set, quando commette doppio fallo, che Roger Federer torna per una volta a essere un uomo come gli altri. Una persona con le debolezze di chiunque, con i dubbi e le incertezze di chi naviga a vista, di chi non si porta da casa il carisma del ‘Migliore-di-ogni-epoca’. Proprio lì, in quel doppio errore che decide la partita con Kevin Anderson, mandando in tilt i pronostici di questo Wimbledon, Roger diventa improvvisamente uno di noi. E per questo lo sentiamo ancora più vicino. Il detentore del titolo, l’uomo dei record, dei 20 Slam, degli 8 trionfi ai Championships, esce per mano di un giocatore dal tennis pesante ma anonimo. Uno che già parve miracolato quando arrivò in finale negli Us Open dello scorso anno, in mezzo a un tabellone strabordante di sorprese.

ANDERSON, LA RIMONTA IMPOSSIBILE

Sui prati del Tempio, invece, la sorpresa se l’è creata lui. Per giunta partendo da una situazione che pareva impossibile da rimediare: due set a zero di svantaggio. Lì, in molti – se non tutti – avranno dato per scontata la vittoria del numero 1, di quello che pareva già avviato verso un nuovo trionfo, o almeno verso un’altra finale. La forza di Anderson è stata quella di andare contro la logica, di non sentirsi battuto nemmeno quando tutto il mondo era convinto che lo fosse. Un passettino alla volta, ha costruito il 7-5 del terzo set, il 6-4 del quarto, e infine il capolavoro. Un quinto parziale che pareva non finire mai, e che invece ha trovato una sua conclusione nel game numero 24, al termine di 4 ore e 14 minuti che forse non saranno ricordati per la loro bellezza, ma certamente avranno un posto nella storia del torneo per l’esito che hanno prodotto.

QUINTA SCONFITTA DA 2-0

La sconfitta dopo aver vinto i primi due set non è una novità assoluta per Re Roger, considerato che è la quinta volta che gli accade in carriera. Ma l’ultima era stata nel 2011, e in fondo non ci eravamo più abituati. Perché il Re ci pareva immortale, inscalfibile, in particolare sui sacri prati di Church Road. Quelli che, vittoria dopo vittoria, sono diventati praticamente il suo salotto di casa. Per questo, la partita persa contro Anderson suona come una rivoluzione, ma allo stesso tempo non come un allarme. Può essere che Federer non sia stato la migliore versione di se stesso, e nemmeno ci sia andato vicino. Ma gli applausi che sono arrivati dal suo angolo e dal pubblico del campo numero 1 non erano applausi consolatori. Erano quelli di chi ha capito che gli incidenti di percorso possono capitare pure a lui. A quello che negli ultimi Slam aveva assunto le sembianze della macchina pressoché perfetta, con tre titoli negli ultimi quattro Major disputati.

CONTANO LE EMOZIONI

Oggi sappiamo – ma in fondo lo sapevamo già – che quella macchina perfetta non è comunque immune da momenti negativi. E sappiamo pure che non è questo che conta. Contano le emozioni, quelle che arrivano quando si vince, ma pure quelle che si devono amministrare quando si perde. Non sono la stessa cosa, ma entrambe aiutano a costruire una carriera come la sua, aiutano a costruire la leggenda. Oggi Roger ha perso. Oggi, come quando pianse in Australia dopo aver perso da Nadal, siamo tutti ancora più convinti della sua straordinaria grandezza. Del campione e dell’uomo.