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QUASI DJOKOVIC

Pubblicato il 8 luglio 2018

A Parigi, tra Novak Djokovic e la sua rinascita si era intromessa la favola di Marco Cecchinato. A Wimbledon, fino a oggi, nessuno ha osato interrompere e nemmeno disturbare la corsa del serbo, ritrovatosi su livelli molto vicini a quelli che nell’ultimo decennio lo avevano portato a conquistare dodici tornei dello Slam. Sull’erba dei Championships, Nole ha ceduto contro Kyle Edmund il primo set del torneo, dopo le vittorie in tre parziali contro Sandgren e Zeballos. Ma subito ha cambiato marcia e ha messo tra lui e il britannico un solco apparso incolmabile. È vero che nessuno degli avversari battuti, tantomeno il buon Kyle, è uomo da battaglia sui prati, ma intanto la dimostrazione di sicurezza fornita da questo nuovo Djokovic somiglia tanto all’autorevolezza con cui il vecchio Djokovic andava a prendersi i titoli più prestigiosi. Tra cui – è il caso di ricordarlo – ci sono anche tre successi nel Tempio.

Un ritorno ormai pressoché definitivo nel tennis di vertice, ancora più a effetto se rapportato alle difficoltà degli altri che, insieme a Nole, avevano lasciato il circuito orfano di una manciata di campioni da Slam. Andy Murray, per esempio, che a Wimbledon non ci è nemmeno andato. O Stan Wawrinka, che si è regalato un’illusione battendo Grigor Dimitrov ma nel turno successivo ha trovato in Thomas Fabbiano il suo giustiziere. La classifica, quella, stride ancora, perché il serbo è numero 21 Atp e 15 della Race. Ma in fondo, per i numeri, è solo questione di tempo. Ciò che conta è che il campione di Belgrado abbia ritrovato, insieme al tennis dei giorni migliori, anche quello sguardo di sfida che lo ha sempre caratterizzato nei momenti belli, e che invece era andato perso negli ultimi mesi di dubbi e prestazioni sottotono. Uno sguardo già riapparso durante il Queen’s, un antipasto quasi perfetto con una finale ceduta d’un soffio a Marin Cilic.

Il tabellone, adesso, è dalla sua parte. Il russo Khachanov è avversario da prendere con le dovute precauzioni, ma per il momento non rappresenta uno spauracchio. E poi ci sarebbe il vincente tra l’altro ex top 10 in fase di rilancio, il giapponese Kei Nishikori, e quel talento folle di Ernests Gulbis. Non una passeggiata, intendiamoci, ma da testa di serie numero 12 poteva pure andargli molto peggio. Considerato anche che la sua sezione del draw è quella inferiore, con Nadal come possibile rivale di una semifinale dal sapore antico. Al Foro Italico, nel maggio scorso, è andata in scena l’ultima sfida tra i due, la numero 51 della loro storia infinita, che rappresenta la rivalità più lunga della storia del tennis dell’Era Open. Nole è ancora in vantaggio, ma soltanto di un match, 26 a 25. E rivederli in uno Slam, a distanza di tre anni dall’ultima volta (Roland Garros 2015, quarti di finale) sarebbe un brivido comune a tutti coloro che li amano, o semplicemente che li stimano.

Djokovic, è bene ricordarlo in tempi in cui la memoria è spesso superata e travolta dagli eventi di giornata, è avanti pure nei testa a testa contro il Migliore di sempre, Roger Federer (23 a 22). E in questo caso, l’ultimo scontro diretto risale agli Australian Open di un paio di stagioni fa, quando Nole si impose in quattro set. Era, quello, il momento in cui il serbo pareva in corsa per il Grande Slam, per avvicinare pure il mito di Roger e magari per raggiungerlo nei trionfi Major. Poi si è capito in fretta che non sarebbe andata così. Che lo svizzero, insieme a Nadal, aveva in progetto una sua personale restaurazione. Oggi sarebbe bello ritrovarli tutti insieme, questi tre campioni che hanno segnato più di un decennio. Sarebbe bello vederli lottare ad armi pari, nuovamente, per il titolo più prestigioso che il mondo del tennis possa mettere sul piatto. Sarebbe il regalo più importante lasciato in dote da Wimbledon 2018.