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TALENTI E LAVORATORI

Pubblicato il 22 giugno 2018

La sconfitta di Grigor Dimitrov al Queen’s contro un Novak Djokovic sulla via del ritorno, apre ancora una volta l’eterna discussione su chi debba fregiarsi dell’appellativo di ‘talento’. Un tema tanto più sentito nel pieno della stagione sull’erba, superficie che agli occhi degli appassionati è sempre associata ai fenomeni, ai fuoriclasse. Il bulgaro e il serbo sono in fondo l’emblema perfetto di questo dubbio irrisolto e – probabilmente – irrisolvibile. È talento vero quello del ‘baby Fed’ che delizia gli occhi con colpi degni del nomignolo che gli affibbiarono (in maniera un po’ avventata) tempo fa? O è più talento quello di un Nole che mantiene la sua velocità di crociera, strappando applausi con un rovescio sulla riga al ventesimo colpo dello scambio? Oppure, molto più semplicemente, sono due talenti diversi.

I NUMERI COME RISPOSTA

I risultati forniscono una prima risposta, che per quanto parziale trova il supporto dei numeri, difficili da confutare. È complicato parlare di talento assoluto quando accanto alla bellezza non si produce qualcosa di concreto. Leggi vittorie Slam. E difficile è allo stesso modo parlare solo di lavoro con giocatori capaci di migliorarsi costantemente, negli anni, e dunque di forgiare il proprio gioco a seconda delle nuove esigenze di un circuito sempre in evoluzione. Proprio Novak Djokovic è stato in grado di modificare il proprio tennis nel corso degli anni, in ogni settore. Un lavoro che prosegue a ogni allenamento, a ogni torneo. E che non è certo stato frenato dai periodi di difficoltà. Lo stesso ha fatto Rafael Nadal, che interrogato sull’argomento ha fornito una versione interessante.

LA VERSIONE DI RAFA

“Non c’è dubbio – ha spiegato il maiorchino – che Roger colpisca la palla più facilmente di me, serve meglio e ha la capacità di fare tutto in modo più semplice. Su questo piano, ha molto più talento di me. Detto questo, credo di averne anch’io: ho quel talento che permette di mettere una palla in più in campo. Quel talento che permette di giocare su buoni livelli per tante ore di fila. O di sbagliare poco, di recuperare da posizioni difficili e di passare con disinvoltura da una situazione difensiva a una offensiva. Non è che tutto questo conti di meno”. Lo stesso Roger, in qualche modo, lo supporta così: “Da piccolo la gente diceva di me che avevo talento, ma che non c’ero con la testa, che non mi allenavo. Ero arrivato a un bivio, dovevo scegliere se prendere la strada del talento o quella del lavoro. Ho scelto la seconda. Ora quando inizio uno Slam sono preparato, so che colpi devo giocare. Nei momenti decisivi è l’istinto che prende il sopravvento, ma non è un caso se alla fine si vince”.

TALENTI IN COSTRUZIONE

Non è un caso se alla fine si vince: una frase che molti talenti veri o presunti dovrebbero tatuarsi sul costato. Dimitrov ha 27 anni, non è un bambino e non è fuori tempo massimo. La sua carriera è costellata di alti e bassi, all’interno di un match o di un torneo. Quando ti aspetti la sua esplosione, ecco che rimani deluso. Perché quello che in lui chiamano talento è qualcosa che andrebbe ridefinito. Qualcosa che come minimo è un talento in costruzione, lontano da un progetto compiuto. Ma come lui, il tennis conta una valanga di personaggi in cerca del loro cammino verso una carriera senza rimpianti. Come sarà senza rimpianti quella dei Fab Four. Richard Gasquet, per esempio. Oppure, per passare ai giovani emergenti, Nick Kyrgios, che quel talento da vincente lo deve trovare prima di tutto nella propria testa.