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COME NELLE FAVOLE

Pubblicato il 6 giugno 2018

Bisogna scomodare la narrazione fantastica, o forse quella onirica, per cercare di dare un senso a quello che sta accadendo a Parigi. Il giorno dopo l’impresa, ci si sveglia ed è ancora tutto lì, tutto incredibilmente vero: Marco Cecchinato è in semifinale al Roland Garros. Se-mi-fi-na-le al Roland Garros. Giova ripeterlo perché lo si realizzi compiutamente. Parliamo dello stesso Cecchinato che era approdato al Bois de Boulogne da numero 72 Atp, che non aveva mai vinto un match in un Major, che ha attraversato un momento molto buio, solo un paio d’anni fa, quando pareva che la sua vita sportiva dovesse finire da un momento all’altro.

Quello stesso Cecchinato, oggi, è diventato il punto di riferimento per un intero Paese, per un tennis italiano che da 40 anni esatti attendeva di sfondare il muro dei quarti di finale in uno Slam maschile. Nel 1978 Corrado Barazzutti, attuale ct di Coppa Davis, ci riuscì per l’ultima volta, poi più nulla. O almeno, qualche timido tentativo andato a vuoto, persino qualche rimpianto, ma senza mai arrivare all’impresa che cambia la vita. Stavolta invece è accaduto. E la vita che cambia, con queste due settimane all’ombra della Tour Eiffel, non è soltanto quella del 25enne siciliano, ma probabilmente pure quella dell’intero movimento tricolore al maschile.

La vittoria su Novak Djokovic, al termine di un tie-break uscito direttamente da un film drammatico confezionato dal più visionario dei registi, può essere davvero uno spartiacque per tanti ragazzi che, come e più di Cecchinato, hanno mezzi tecnici, fisici e mentali per scalare la classifica e diventare protagonisti. Ciò che prima di queste giornate parigine sembrava totalmente estraneo alle possibilità di tanti italiani, da lunedì prossimo diventerà un obiettivo concreto da poter realizzare. Perché tutto sommato Marco non è nato predestinato, non è nato campione. È un giocatore che aveva dei limiti e che li ha superati lavorando e credendo fermamente di poter cambiare il proprio destino.

Ad aiutarlo, uno staff che ci ha creduto come e più del diretto interessato, capeggiato da un coach – l’ascolano Simone Vagnozzi – che ha portato la sua mente sopraffina di giocatore pensante al servizio di un ruolo estremamente delicato. Proprio con questo staff, Cecchinato è riuscito a modificare un colpo in un modo tanto radicale da trasformarlo in punto di forza, quando in passato era stato una croce. Il rovescio del palermitano è stato osannato dai commentatori del Roland Garros, paragonato a quelli di Kuerten e Wawrinka, messo sul piatto come la chiave vera del successo dell’azzurro. Ma fino a poco tempo fa era una sorta di rifugio per gli avversari, che da quella parte sapevano di poter trovare più di qualche regalo.

Il Cecchinato di Parigi, però, gioca sulle nuvole e può permettersi qualsiasi cosa. Può fare a gara di solidità con Pablo Carreno Busta, uscendone da dominatore. Può dialogare di fino con David Goffin trovando la soluzione a ogni invenzione del suo avversario. Può essere più pronto mentalmente di un Novak Djokovic che era molto vicino alla sua migliore versione in assoluto. Probabilmente, in questo momento, potrebbe pure risolvere il Cubo di Rubik in meno di cinque secondi e ballare su un filo appeso a 20 metri dal suolo. Ecco perché nessuno dei sopravvissuti, compresi Thiem e Nadal, può dirsi davvero al riparo dallo stato di grazia dell’azzurro.

Poi arriverà il difficile. Arriverà il momento della conferma, non più da semisconosciuto frequentatore dei Challenger ma da colui che, in due settimane, ha saputo cambiare la storia tennistica del suo Paese. Da colui che sarà (almeno) numero 27 Atp e andrà a Wimbledon forte di una testa di serie (!) dovendo dunque dare al torneo londinese lo stesso peso che gli attribuiscono i campioni. Ci sarà tempo, per pensarci. Intanto, la favola del ‘Ceck’ non è ancora arrivata all’ultima pagina.