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ITALIA, CHAPEAU!

Pubblicato il 31 maggio 2018

Due ragazzi con una storia molto diversa, due giocatori agli antipodi. Accomunati da Parigi e da uno Slam che regala a entrambi un sogno chiamato terzo turno. Marco Cecchinato e Matteo Berrettini non avevano mai vinto un match in un Major. E al Roland Garros non solo hanno superato questo tabù, ma hanno pure superato il secondo ostacolo sul loro cammino. Niente di eccezionale, nessuna sorpresa clamorosa, ma la conferma di una crescita che sta ormai proseguendo da alcuni mesi, e che nella Capitale francese sta trovando il suo apice.

Il siciliano Cecchinato, sotto le cure dell’ex pro Simone Vagnozzi, aveva già cambiato dimensione dopo la vittoria nell’Atp di Budapest. Ma gli Slam mettono di fronte a uno sport diverso: tre set su cinque, la tensione di avere i riflettori del mondo puntati addosso, gli avversari che non mollano un quindici. Marco esordisce recuperando due set al rumeno Copil, e solo per questo meriterebbe applausi. Poi trova Marco Trungelliti, l’argentino che solo due giorni prima aveva scritto la storia più bella di questo avvio di torneo, con la rincorsa da Barcellona a Parigi per recuperare in extremis il suo posto da lucky loser. Il siciliano parte forte e finisce meglio, e in mezzo ci mette un tie-break nel quale dimostra tutta la sua fame. Vola così al traguardo del terzo turno che lo opporrà allo spagnolo Pablo Carreno Busta, uno che sulla terra ha costruito la sua fortuna da top 10.

Il romano Berrettini gli risponde poco tempo dopo, domando il tennis e il carattere di Ernests Gulbis, uno che top 10 lo è stato per poco, ma che sarebbe potuto e dovuto esserlo a lungo. Il lettone, già nelle qualificazioni, aveva sbarrato la strada a due azzurri, Stefano Travaglia e Alessandro Giannessi, ma di fronte al terzo si è dovuto arrendere. Perché adesso, rispetto al recente passato, l’allievo di Vincenzo Santopadre è riuscito a limare alcuni punti deboli (leggi rovescio), ed è diventato consapevole della sua forza e del suo potenziale. Si era notato in maniera evidente a Roma, nella sfida persa (ma giocata alla pari per lungo tempo) con Alexander Zverev. Si è visto una volta di più stavolta, su un palcoscenico che a un giovane come Matteo, 22 anni, potrebbe pure far tremare le vene dei polsi. Non si può negare che Gulbis lo abbia aiutato in certi frangenti, ma è lui a essersi preso d’autorità la partita.

Il Roland Garros è tradizionalmente lo Slam più generoso nei confronti del tennis italiano. Ma trovare, accanto a un Fognini che pensa in grande, due ragazzi che in precedenza non avevano mai vinto un solo match a questo livello, è una situazione imprevedibile e che non è frutto del caso. Perché ogni match in un Major rappresenta un’incognita e non c’è nulla di semplice, nemmeno partendo con i favori del pronostico. Un esempio lo ha regalato, ancora una volta, un azzurro: è il bolognese Simone Bolelli, che del nostro movimento rappresenta soprattutto un rimpianto, e che è stato capace di disputare un match di altissimo profilo contro Rafael Nadal, prima di arrendersi al Re della terra che si è rifiutato di perdere anche un solo set. Ma che di fronte ai 44 colpi vincenti del bolognese, a tratti se l’è vista brutta. Ora tocca a Fognini e Fabbiano il compito di regalarci la prosecuzione di questo splendido Slam sotto la Tour Eiffel.