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MONTE CARLO, NADAL PER L’UNDICESIMA

Pubblicato il 13 aprile 2018

Quando si dice che è la testa, a fare la differenza, si dice una grande verità. Prendete il momento attuale di due dei dominatori dell'ultimo decennio, Roger Federer e Novak Djokovic. Il primo decide di saltare la stagione sulla terra, come ha fatto lo scorso anno, in barba a chi lo critica (Tiriac, per esempio) e a chi lo vorrebbe vedere in campo 365 giorni l'anno (in sostanza tutti gli appassionati). Il secondo licenzia nel giro di un paio di giorni il nuovo coach Radek Stepanek e il supercoach Andre Agassi, con cui ci sono state divergenze di vedute tali da portare alla rottura definitiva. Uno, Roger, ha un piano ben chiaro in mente per cercare di mantenersi il più a lungo possibile nel circuito, competitivo come ieri e come oggi. L'altro, Novak, palesa una confusione che rasenta l'autolesionismo.

Ma come si è arrivati a questo punto? Non è una costante, innanzitutto, vedere lo svizzero tanto sicuro e il serbo così perso nella nebbia. Anzi, c'è stato un periodo in cui la situazione era quasi completamente rovesciata. Quando Federer si incaponiva ad affrontare Nadal, sulla terra ma non solo, con armi spuntate e prevedibili che il maiorchino sapeva perfettamente come arginare. E quando, per contro, Djokovic pareva dominare il circuito a tal punto da poter completare il Grande Slam, quello che manca dai tempi di Rod Laver. Sembra un'altra epoca, ma parliamo solo di tre anni fa, eppure adesso è tutto rovesciato. Tornando alla domanda, dunque, come si è arrivati a questo punto?

È accaduto che Nole è stato vittima di una serie di infortuni che lo hanno costretto a un riposo forzato. Ma è accaduto anche che la gestione di questi infortuni, da parte del serbo, non sia stata esattamente esemplare. Proprio questo è uno degli aspetti di maggiore attrito tra il serbo e Agassi, almeno a giudicare da ciò che è trapelato. E tutto sommato l'ipotesi è verosimile, se è vero che Novak si è presentato per i Masters 1000 americani nei panni della controfigura di se stesso. Una controfigura talmente sbiadita da subire due sconfitte all'esordio contro Taro Daniel e Benoit Paire, due disastri che erano poco prevedibili, dopo aver visto l'ex numero 1 in crescita durante l'Australian Open.

Ma non è solo questione di infortuni. È più, come detto, una questione di testa. Perché è ormai evidente che il serbo sia sotto pressione da mesi, nel suo stesso ambiente prima ancora che al di fuori. E questa pressione, per una volta, è stata eccessiva pure per lui, che aveva dato l'impressione di essere immune a tali faccende. La verità è che nessuno è totalmente immune. Non lo è Roger, che nel corso degli anni ha saputo costruirsi una maturità completa, da uomo e da giocatore. E non lo sono gli altri. Da Novak a Rafa, da Murray a Del Potro. Sono campioni, alcuni si possono annoverare tra le leggende del nostro sport. Ma non sono macchine. E quando si rompe un meccanismo tanto perfetto ma altrettanto delicato, aggiustarlo è sempre una vicenda parecchio complicata. Una vicenda che richiede tempo, ammesso che poi, alla fine, si possa davvero risolvere.