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Miami, Made in USA

Pubblicato il 2 aprile 2018

Quando John Isner ha messo a terra l'ultimo punto per vincere il titolo, probabilmente non ci ha creduto davvero nemmeno lui. Lui che non aveva mai centrato un Masters 1000 in tutta la carriera, e che nei dieci giorni di Miami, nell'ultimo torneo giocato nella sede storica di Key Biscayne, ha trovato le energie e la forza per essere il migliore di tutti. Migliore persino di un Alexander Zverev che pareva essere arrivato in fondo con più chance, e che tutto sommato ai traguardi come questo era già abituato, avendo messo in bacheca nel 2017 un paio di trofei, Roma e Montreal. Un'abitudine che invece non lo ha aiutato a far sua una partita tirata, incamerata da quello che ha sbagliato meno. Quello che ha dimostrato più carattere, pur di fronte a una sfida nata male.

 

Ma lo si era capito nei turni precedenti: il John Isner della Florida non era quello fragile di inizio stagione. Tutt'altro. Oggi parliamo di un giocatore rinato, che adesso si ritrova nuovamente tra i top 10, alla soglia dei 33 anni, con il solo Federer che lo sopravanza in termini di longevità. Non male per uno che pareva avere limiti ben precisi, in un gioco da fondocampo tutt'altro che irresistibile. Un gioco forgiato e limato a tal punto da diventare arma a supporto delle bordate di servizio che invece il simpatico Long John si porta in dote fin dalla nascita. Ora si tratta di capire se questo successo decisamente inatteso porterà una nuova consapevolezza nel tennis del gigante di Greensboro, o se resterà un caso isolato in una carriera da uomo di seconda fila. La stagione in arrivo, quella sulla terra europea, in teoria non lo aiuta. Ma è altrettanto vero che in passato, proprio sul rosso, John ha mostrato un adattamento insperato. Come nel 2011 a Parigi, quando portò al quinto Rafa Nadal.

 

Una mezza sorpresa è arrivata anche tra le donne, in quel di Miami. Ed è sempre di marca americana. Mezza, perché un successo di Sloane Stephens, detentrice del titolo degli Us Open, non può essere del tutto sorprendente. Lo è se pensiamo che dopo il trionfo Slam, la 25enne di Fort Lauderdale era caduta in una crisi di risultati piuttosto preoccupante: otto sconfitte di fila e un quarto di finale ad Acapulco come migliore prestazione. Improvvisamente, a Miami è cambiato tutto, e Sloane ha ritrovato quelle sensazioni che a New York l'avevano portata a giocare i quindici giorni più importanti della carriera. Unici e irripetibili, per qualche commentatore. Non per lei, che ha saputo organizzare le contromisure al suo periodo nero, rispondendo con i fatti a coloro che l'avevano già etichettata come una meteora. Di fronte alla stellina Ostapenko, l'americana ci ha messo più cervello, più cuore e persino più tennis, riprendendo il filo del discorso interrotto a fine estate 2017. E prendendosi un posto tra le top 10 – curiosamente al numero 9, come Isner – che finora le era sempre sfuggito.