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FINALMENTE GRIGOR

Pubblicato il 21 agosto 2017

C'è voluto molto, molto più tempo di quello che si pensava, ma alla fine una traccia del suo passaggio Grigor Dimitrov l'ha lasciata. Quello che – incautamente – venne definito 'Il piccolo Federer' ha vinto a Cincinnati il primo Masters 1000 della carriera, superando in finale un altro che quanto a talento sprecato potrebbe puntare al podio, Nick Kyrgios. Lo ha fatto a 26 anni, quando le carriere dei predestinati, normalmente, sono decisamente ben avviate, o addirittura nel loro momento migliore. Lo ha fatto approfittando di un periodo in cui molti dei migliori sono out per problemi fisici, e dove pure Nadal, unico presente dei Fab Four, ha trovato una settimana da dimenticare.

Ma lo ha fatto, e questo conta. In una stagione che aveva già visto il bulgaro mettere il suo nome nell'albo d'oro di due tornei (Brisbane e Sofia), ma soprattutto arrivare in semifinale in Australia, a un passo da un ultimo atto che avrebbe rovinato la leggenda dell'ennesima sfida Federer-Nadal. Non rovinò nulla, Grigor, che si è sempre rivelato – suo malgrado – molto rispettoso della casta regnante. Troppo timido per arrivare a fare una rivoluzione, troppo bello in quei gesti che paiono disegnati, per riuscire ad aggiungere concretezza a quell'eleganza che tutti gli riconoscono.

Dimitrov è il simbolo della generazione perduta, o che almeno sembrava tale, quella dei nati nella prima metà degli Anni Novanta. Una generazione schiacciata dal peso dei Fab Four e persino troppo debole mentalmente per affrontare l'arrivo della NextGen di Zverev e compagnia. Nelle giornate di Cincinnati, però, qualcosa è cambiato, o potrebbe esserlo: saranno le prossime settimane, eventualmente, a confermarlo. E le prossime settimane si chiamano Us Open, uno Slam che ha quasi sempre premiato gente tosta, capace di soffrire, di andare ben oltre quelle che sono le qualità tecniche.

A New York Federer ci sarà, Nadal probabilmente tornerà quello che conosciamo, Murray farà il suo rientro e saranno in tanti a cercare di inserirsi nella lotta al titolo. Tra loro, Dimitrov avrà, grazie al successo americano, un'arma in più: l'arma della consapevolezza nei propri mezzi, in una qualità rara da trovare persino ai livelli più alti, ma che finora è sempre rimasta ben nascosta da un carattere piuttosto mite e da una testa ben lontana da quella dei vincenti. Una testa capace un giorno di restare aggrappata al match fino all'ultimo punto e il giorno dopo di sciupare tutto in un batter di ciglia. Quando Grigor avrà capito come tenere acceso l'interruttore, saranno guai per tutti. E sarà un trionfo del bel tennis. In fondo, di tempo, ce n'è ancora.