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ELOGIO DELLA FATICA

Pubblicato il 9 agosto 2017

Chi l'ha detto che sia la terra battuta a esaltare la fatica del tennista? Da Montreal, primo '1000' dell'estate americana, arrivano risultati che sono elogio di sudore e resistenza, seppur in un contesto teoricamente più adatto al lavoro di attaccanti e dispensatori di bellezza. Il segnale più forte? Arriva da Hyeon Chung, il NextGen coreano che in Italia ricordiamo soprattutto per la finale di Wimbledon juniores persa da Gianluigi Quinzi. Ora sarebbe il marchigiano a mettere la firma per una classifica di numero 56 al mondo, quando invece allora l'asiatico pareva poco più che una spalla accanto all'attore protagonista. Di fronte a Feliciano Lopez, il 21enne Chung ha chiuso al tie-break del terzo set mostrando, come peraltro aveva già fatto nel passato recente, un sangue freddo che impressiona. Zero emozioni (all'apparenza) e un tennis votato al massimo della concretezza.

 

Una sorta di Chang del terzo millennio, prendendo come pretesto l'assonanza del cognome. Ma rispetto al 'Michelino' vincitore di Parigi, questo nuovo esteta della fatica ha una completezza (come logico che sia nel tennis moderno) che gli consente di sperare in grande. Molto più in grande di come viene visto e considerato da un ambiente che ha altri simboli (Zverev, Kyrgios) da mettere in vetrina come progetti di campione. A proposito di Kyrgios, sarà curioso vederlo all'opera al secondo turno contro un altro giocatore che applica alla lettera il concetto di tennis percentuale, riducendo al minimo i regali laddove questi sono invece così ricorrenti nelle giornate nere dell'australiano. Parliamo di Paolo Lorenzi, che al suo esordio canadese ha portato a casa un match complesso di fronte a un rivale di 16 anni più giovane di lui, Frances Tiafoe. E che ora cercherà di ripetersi in una sfida dai contenuti che vanno molto oltre il campo di gioco. Kyrgios che vede il tennis – parole sue – come un modo per fare soldi ma senza metterci troppo amore (anzi), e Lorenzi che non ha mai amato così tanto quello sport che adesso lo mantiene stabilmente tra i primi 40 del pianeta.

 

Infine c'è un piccolo furetto argentino, a completare il terzetto di pedalatori prestati al cemento: si chiama Diego Schwartzman e gli appassionati lo conoscono bene per le sue prestazioni sul rosso, in grado di portarlo fino al numero 36 del ranking mondiale. Non è un giovane promettente e nemmeno un esperto, il buon Diego, ma soltanto un 24enne che negli ultimi anni è cresciuto così tanto da andare ben oltre quei limiti che parevano imporgli sia il suo tennis di regolarità, sia una statura non proprio da pivot. Invece nel circuito di oggi c'è posto anche per quelli come lui, e la vittoria centrata contro Dominic Thiem lo lancia addirittura al terzo turno, in attesa di un Donaldson che non è avversario fuori portata, tutt'altro. A fare da guida a questi nuovi operai con racchetta c'è il simbolo della fatica applicata al tennis, David Ferrer. Il quale nonostante sia ormai fuori dai top 30, lontano dal vertice che per anni ha frequentato in silenzio e senza disturbare i Fab Four, continua a mietere vittime più giovani e teoricamente più attrezzate di lui.