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RUBLEV, PRINCIPE TRISTE

Pubblicato il 24 luglio 2017

Pare uscito da un romanzo di Fedor Dostoevskij, Andrey Rublev, nuova stella russa della Next Gen. Magro come un chiodo, spallucce strette, braccio veloce tanto nel creare vincenti quanto nello scagliare la racchetta a terra quando le cose non vanno per il verso giusto. E soprattutto quell'espressione cupa, triste, di chi non si sta affatto divertendo, nemmeno quando prende a pallate l'avversario di turno. Poi la realtà è un po' diversa dall'apparenza, ed è bastato il primo titolo Atp, centrato a Umag, per sciogliere quel viso corrucciato in un sorriso disteso. Il sorriso di uno che quel torneo non doveva nemmeno giocarlo, considerato che era stato eliminato all'ultimo turno delle qualificazioni, e che invece è rientrato dalla porta di servizio come lucky loser e ha infilato la migliore settimana della vita. O meglio, per dirla con parole sue: “La settimana che può cambiarmi la carriera”.

Per cercare qualche paragone bisogna tornare indietro di un po' di anni, quando i Nadal, i Murray, i Djokovic e più in generale il tennis fatto di corsa e percentuali non era ancora sbarcato nel circuito. Bisogna pensare al suo illustre connazionale Marat Safin, oppure a gente come Mark Philippoussis, o a quel Goran Ivanisevic che lo ha premiato dopo il successo in Istria su Paolo Lorenzi (o Lorenzo, come lo ha chiamato Andrey…). Tutta gente che a stare sul campo per ore e a dannarsi per un singolo 15 manco ci pensava. Gente che poteva risolvere tre game nel giro di cinque minuti, a favore o a sfavore, poco importava. Bum-bum Rublev è esattamente così, uno che non ha mezze misure. Un giocatore d'azzardo che però sta cercando di imparare come si vince, e che per farlo ha chiamato in causa come coach uno che è il suo esatto opposto: lo spagnolo Fernando Vicente. Regolarista che in carriera si è arrampicato fino al numero 29 del ranking mischiando tenacia a solidità, tirando in dieci anni i vincenti che il suo pupillo mette in campo in una settimana.

Una scelta azzeccata, a giudicare dai risultati. Perché oggi Rublev è numero 49 al mondo, il più giovane dei top 50 e il quinto dei Next Gen, molto vicino a Medvedev e Coric, rispettivamente 48 e 47. Un ranking che scioglie i dubbi degli ultimi mesi, quando più d'uno tra gli addetti ai lavori si era fatto due domande su questo talento folle e sulla sua capacità di registrare la mira e placare la sua esuberanza. Ora sappiamo, dopo Umag, che Andrey il principe triste sa come si fa a vincere. E adesso il problema diventa serio per i suoi avversari. Perché un tipo così, con una buona dose di fiducia in corpo, diventa pericoloso per chiunque gli si pari davanti. Lo ha capito bene pure il nostro Fabio Fognini, che ha provato a tenerlo a bada in ogni modo ma si è arreso al tie-break del terzo, andando poi in conferenza stampa ad ammettere di aver perso da uno più forte di lui.

Gli obiettivi del 19enne di Mosca sono altri, ovviamente. Sono magari i top 30 a fine stagione, i top 10 nel giro di uno o due anni. E poi chissà. Perché alcuni limiti si vedono ancora, al di là del carattere. E sono quelli di un tennis un po' monocorde, che quando è in giornata va via liscio ma che se deve trovare un piano B rischia di perdere efficacia. O quelli di un fisico certamente troppo acerbo per resistere alle pressioni che impone il tennis di vertice, i ritmi forsennati di una stagione intera da protagonista. I 19 anni sono pochi, certo, ma non c'è nemmeno troppo tempo da perdere, considerato che qui basta poco per far crollare la fiducia e dunque il rendimento. Potrà vivere una carriera da star, Rublev il principe, oppure stagioni di alti e bassi infiniti. Ma dipenderà in gran parte da lui, e questo è già un privilegio riservato a pochi.