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REAL NADAL

Pubblicato il 11 giugno 2017

Non è facile stabilire quali siano i numeri che contano di più. Quelli che fanno la storia, che tengono in conto il passato. O quelli del presente, che sembrano buoni pure a dettare le linee della sceneggiatura del futuro più prossimo. Una cosa hanno in comune: impressionanti, regali. Basta andarseli a guardare, stesi lì come su un lenzuolo srotolato al sole caldo di Parigi dopo la finale vinta su Stan Wawrinka.

Prima quelli storici: 10, come le vittorie sulla terra di “casa sua”, al Roland Garros; 15, come i Major vinti in carriera, tre meno di Sua Maestà dello Slam Roger Federer; uno in più di Pete Sampras. Poi quelli d'attualità, strettissima e aggiornatissima come per un indice finanziario. 31, come gli anni che la carta d'identità gli attribuisce; 29, come i game persi nel cammino verso la finale lungo il tabellone. 6, come i giochi lasciati a uno Stan Wawrinka in preda alle crisi di nervi (comprensibilissime) per tutte le due ore e 5 minuti della finale parigina. Nadal lo ha costretto a, nell'ordine, corrucciare il volto, infilarsi una pallina in bocca, picchiarsi la racchetta sulle tempie e fracassare un fusto a terra.

Ma è paradossalmente proprio dai game persi da Rafael Nadal, o se preferite conquistati da Stan Wawrinka, che potrebbe partire l'analisi sulla grandezza dello spagnolo. In uno di quelli – per la precisione il sesto del secondo set – c'è il succo della faccenda. Wawrinka fa il Wawrinka, come poche volte gli è stato concesso sul Chatrier in questa domenica al Bois de Boulogne: gioca un buon punto, prende il campo, inchioda uno di quei rovescioni incrociati che in carriera gli hanno regalato tre Slam, mica poco nell'epoca dei Fab Four. Lui, Nadal, non si scompone: corre come un ossesso dal lato del rovescio a quello del diritto mancino e schiaffa di braccio pieno un lungolinea che finirà negli highlights delle tivù di tutto il mondo.

Sta proprio lì la sua forza: fare cose impensabili anche quando la situazione non sembrerebbe consentirlo (o consigliarlo). In campo come durante la preparazione del tutto, la costruzione del campione. Tirare lo straccio sul campo in terra dell'Accademia che porta il suo nome a Manacor e che, in pratica, ha costruito lui. Rifinire e migliorare un diritto da sempre fenomenale, cesto dopo cesto, sotto gli occhi di Zio Toni e di Carlos Moya solo una settimana prima di far partire l'assalto alla 'Decima'. Tutto semplice, e allo stesso tempo tutto straordinario.

Anche perché a pensarci bene, di straordinario, Rafa in finale al Roland Garros aveva pure l'avversario. Uno che giocava sì per la Coppa dei Moschettieri, ma anche per restare imbattuto nelle finali di questo calibro (3 su 3 vinte precedentemente) e per diventare numero 2 del mondo secondo il computer dell'Atp. Sarebbe stata la prima volta. E invece numero 2 del mondo torna a esserlo lui, Rafael Nadal. Come non gli succedeva dall'ottobre del 2014. Nel farlo, ha aggiornato pure il librone delle statistiche: 73° titolo Atp in carriera, 53° sul rosso, di cui è indiscutibilmente il Re.

Già vista, e in doppia cifra, anche l'esultanza: la classica “caduta” di schiena sul rosso a fine match. Come era già successo nove volte in passato. E d'altronde lo aveva detto alla vigilia del match: “La decima è come la terza o la quarta. Non fa alcuna differenza per me”. Poco importa se prima della premiazione, in un francese “très mal” – come lo ha descritto lui stesso – ha cambiato versione giurando (e spergiurando) che “vincere la 'Decima' è stato speciale”. Speciale forse, straordinario sicuramente. In due parole, Real Nadal.