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PAUSA DI RIFLESSIONE

Pubblicato il 8 giugno 2017

Quando Novak Djokovic parla di Andre Agassi, ripete che aveva bisogno di uno come lui al suo fianco 'perché – parole sue – per trovare una soluzione a un momento come questo, ci vuole qualcuno che ci sia già passato'. Affascinato dal carisma del Kid, Nole rischia di aver confuso le due vicende, di aver sopravvalutato la sua crisi o magari di non averla capita così a fondo. Il che sarebbe pure peggio. Perché quando Agassi crollò, lo fece in tutt'altro modo. Lo fece davvero, per cominciare: non si dichiarò in crisi da numero 2, ma la crisi fu chiara al mondo quando Andre si trovò a remare nei tornei minori da numero 141. Fu un momento in cui in pochi, tra addetti ai lavori e appassionati, avrebbero scommesso su un ritorno dell'americano. Era il 1997, il periodo del matrimonio con Brooke Shields, poi andato in frantumi l'anno successivo, quando (e probabilmente non per caso) cominciò la risalita.

Djokovic non vince da tanto, Doha 2017 l'ultimo titolo, l'Open del Canada 2016 l'ultimo Masters 1000, ma nel frattempo, da inizio 2011 a oggi, non è mai uscito dai primi due (due!) giocatori al mondo. Una continuità che Agassi non ha trovato nemmeno nei momenti belli. Il serbo si è ricostruito un team di lavoro (o meglio sta tentando di farlo) dopo aver salutato coach Vajda e Boris Becker, mentre da tempo si parla (senza peraltro delle ammissioni a supporto) di problemi in famiglia che ne hanno minato la stabilità. Certamente c'è un calo sotto il profilo delle motivazioni, della capacità di resistere a tutto e a tutti come il primo Djokovic ci aveva abituato. Ma la sua crisi potrebbe essere più tecnica che mentale, più da risolvere sul campo che sul lettino di uno psicanalista. Lo si è capito al Roland Garros quando Novak è stato preso a spallate da Dominic Thiem, il 23enne austriaco che a Roma, dal serbo, era stato messo in un angolo. Stavolta i ruoli si sono invertiti e quello in controllo, sul rosso parigino, è sempre stato il più giovane. Quello che ha mostrato più spinta e più soluzioni.

Djokovic, in questa sua mezza crisi, ha palesato soprattutto un'incapacità di imporre il suo ritmo agli avversari, un po' perché la velocità di palla è calata rispetto ai tempi migliori, un po' perché gli avversari sono cambiati rispetto a quelli che era abituato ad affrontare (e a battere) fino a pochi mesi fa. Le sconfitte più dolorose degli ultimi tempi, per il serbo, sono giunte per mano di Kyrgios, Zverev e Thiem, oltre che da Istomin a Melbourne. Ma il dominio dei Fab Four nell'ultimo decennio ci ha fatto dimenticare che esistono pure gli altri, che esiste pure un'evoluzione del gioco che negli anni ha visto l'alternanza di regolaristi e attaccanti, di gente che difende e gente che cerca il punto. Il momento di Nole, dunque, al di là delle sue incertezze, andrebbe visto pure sotto questo profilo: un tennis che cambia, dove chi lascia andare il braccio parte con un vantaggio in più.

Nella conferenza stampa post-sconfitta contro Thiem, Djokovic ha parlato della possibilità di prendersi una pausa, dichiarando al tempo stesso che esistono delle responsabilità nei confronti delle persone che gli stanno attorno, che lo faranno propendere per una scelta invece invece che per l'altra. Il discorso in sé può pure stare in piedi, ma Novak dovrebbe chiedersi se è proprio una pausa quello di cui ha davvero bisogno. Una pausa lunga quanto? Per tornare dove? E per fare cosa, nel frattempo? Una pausa a un Nole così, rischia di fare persino male, rischia di essere davvero la conclusione (anticipata) di una carriera che ha fondato i suoi picchi sulla resistenza, sulla capacità di vincere partite dopo quattro o cinque ore, di non arrendersi mai. Lui lo saprà meglio di ogni altro, cosa deve fare, ma la sensazione da fuori è che insieme alla sicurezza manchi pure un po' di lucidità. E non è la situazione ideale in cui trovarsi nel bel mezzo della stagione.

Intanto Parigi, insieme a Thiem, ha promosso alle semifinali Rafa Nadal, Stan Wawrinka e Andy Murray. Tre 'senatori' e un emergente, che peraltro è già da tempo nei top 10, oggi al numero 7 del ranking. Thiem che ha già fatto lo sgambetto a Nadal sui campi di Roma, ma che per ripetersi a Parigi avrà bisogno di un'impresa ancora più grande, di superare i suoi limiti di natura tecnica, fisica e mentale. Wawrinka-Murray, invece, è un classico dei nostri tempi (10-7 per il britannico i testa a testa) dove non c'è un favorito vero. Ci sono due che hanno vissuto alti e bassi, ma che non si sono mai fermati, e non si fermeranno nemmeno dopo la prossima sconfitta.