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DIECI SEGNALI DA ROMA

Pubblicato il 22 maggio 2017

1 – La nascita di una nuova stella. Non si può definire in altro modo l'esplosione di Alexander Zverev, mai oltre il terzo turno di uno Slam eppure in grado di mettere tutti in fila sulla terra del Foro Italico. Facendo persino meglio, in termini di precocità, di quel Novak Djokovic che in finale non ha saputo trovare contromisure alle bordate del tedesco. 

2 – Il colpo di teatro di Nole. Novak Djokovic è da sempre una sorta di attore mancato. Sa tenere la scena come pochi altri colleghi, il serbo, e lo ha dimostrato una volta di più al termine della finale persa con Zverev, quando ha annunciato con molta disinvoltura la sua imminente collaborazione con Andre Agassi. Una notizia destinata a oscurare persino il successo del suo rivale.

3 – Fabio Fognini up&down. Stavolta Fabio ha l'attenuante più importante, più bella, di tutta la carriera: la nascita del figlio Federico. Ma per restare al campo, Roma ci ha proposto l'ennesima doppia versione del talento ligure: prima una dimostrazione di forza clamorosa di fronte al numero 1 del mondo Andy Murray, poi una resa più mentale che tecnica di fronte a Sascha Zverev. Che, vincendo il torneo, lo ha pure riabilitato. Al Roland Garros, papà Fabio sarà da tenere d'occhio.

4 – La sfortuna di Masha. Va bene che è stata travolta dalle polemiche, per la wild card e (soprattutto?) per l'enorme attenzione mediatica che le è stata riservata. Ma la versione romana di Maria Sharapova non è stata esattamente la più fortunata possibile. La russa si è arresa a un problema muscolare quando sarebbe potuta diventare una serissima candidata per il titolo, in un tabellone femminile scarno di protagoniste con un certo carisma.

5 – Upgrade. È la parola più citata nella conferenza stampa di chiusura del torneo. Il presidente Fit Angelo Binaghi la pronuncia non più come una speranza, ma come una possibilità concreta di portare Roma, nel 2019, a quel ruolo di leader nei Masters 1000 che significherebbe allungare la durata del torneo a 12 giorni, sulla falsariga di quanto accade a Indian Wells e Miami. Il che si tradurrebbe in maggiori incassi e in un ulteriore incremento di visibilità.

6 – La tripletta di Martina Hingis. Anche ai tempi d'oro, quando era numero 1 del ranking mondiale di singolare, per il doppio lasciava comunque sempre uno spazio importante. Così non deve sorprendere che la nuova Martina Hingis, alla soglia dei 37 anni, si stia concentrando sulla gara di coppia ottenendo risultati eccezionali, anche con partner senza troppa nobiltà tennistica, come la cinese di Taipei Yung-Jan Chan.

7 – L'Italia che verrà. Se il torneo non ha portato bene ai nostri colori, c'è comunque un sano ottimismo da mantenere se si valutano alcuni aspetti relativi ai giovani. In particolare sono due i ragazzi che hanno mostrato qualità: Matteo Berrettini, uscito dalle pre-qualificazioni nonostante una storta alla caviglia che rischiava di metterlo fuori gioco, e Lorenzo Sonego, capace di portare al tie-break del terzo un ex top 10 come Nico Almagro. 

8 – L'anonimo Nadal. L'aggettivo non è esattamente quello che più si addice al maiorchino, ma stavolta il suo passaggio a Roma è stato quasi impalpabile, di sicuro non ha lasciato il segno. Vinti i match che doveva vincere contro Almagro e Sock, Rafa si è sciolto di fronte a Dominic Thiem, che già lo aveva messo in serissima difficoltà a Madrid. Un Thiem che però, il giorno dopo, ha fatto un game con Djokovic. Che le distanze tra lo spagnolo e gli altri, in prospettiva Parigi, si siano accorciate?

9 – Il torneo dei giganti. Non soltanto il vincitore Zverev (che sfiora i due metri) ma tutti i protagonisti della parte alta del tabellone maschile sono dei pivot teoricamente più adatti al veloce che alla terra. Invece i vari Cilic, Isner, Raonic, si sono dimostrati in grado di far valere le loro qualità pure sul rosso del Foro Italico. Senza citare poi Sam Querrey, a un punto dalla vittoria con Thiem, e soprattutto Juan Martin Del Potro, uno dei più amati dal pubblico romano.

10 – America is back? Dopo un periodo piuttosto buio, il tennis a stelle e strisce torna a farsi vivo per i titoli che contano. E lo fa con un mix di esperienza (Isner, Querrey), di maturità (Sock, Harrison) e di esuberanza stile NextGen (Donaldson, Escobedo). La cosa più sorprendente è che tutti questi giocatori nati e cresciuti sul cemento siano in grado di esprimersi così bene anche sulla terra. Prossimo test, decisamente severo, a Parigi.