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IL PICCOLO PRINCIPE

Pubblicato il 10 aprile 2017

David Goffin è un campione, e contro i campioni si può perdere senza provare vergogna. L'Italia di Davis si è inchinata a lui, più che al Belgio, nella sfida di Charleroi che ha promosso i padroni di casa alle semifinali; a un passo dal ripetere l'impresa di due anni fa, quando l'unica squadra in grado di fermarli nel cammino verso l'Insalatiera fu la Gran Bretagna di Andy Murray. Perché se guardiamo alla situazione complessiva dei due movimenti, quello belga e quello azzurro, è chiaro (e normale, vista la tradizione) che la bilancia penda dalla nostra parte. Loro, fatta eccezione per Goffin, hanno il solo Darcis tra i top 100, poi onesti mestieranti come De Greef, Bemelmans, Coppejans, De Loore, tutta gente che deve faticare per portare a casa un challenger. Il problema è che, accanto a questi, hanno pure quel talento dal braccio d'oro, oggi numero 14 al mondo ma top 10 solo poche settimane fa. Un campione che non è così appariscente, e che negli Slam ha come massimo traguardo due quarti di finale (Roland Garros 2016 e Australia quest'anno), ma che sta una spanna o più sopra a tutti i nostri. Fognini compreso.

Si fece notare per la prima volta nel 2012 a Parigi, il buon David. Sulla terra dei campi del Bois de Boulogne, fece tremare Re Federer costringendolo a quattro set di lotta, chiusi dal Maestro svizzero con una rimonta terminata con qualche rischio ma senza grossi timori. L'opinione fu pressoché unanime: bravo, il belga, ma troppo minuto, troppo leggero (anche fisicamente, con i suoi 68 kg) per il tennis di oggi. Come a dire che quella posizione di numero 109 al mondo sarebbe sì migliorata, ma non poi così tanto. Non al punto da permettere al piccolo Paese nordeuropeo di farsi strane idee sul proprio futuro tennistico. Invece non è andata proprio così. Perché Goffin è minuto e non così corazzato come altri top players, ma compensa con una facilità nel colpire che trova pochi riscontri nel circuito mondiale. La fluidità con la quale mette a segno vincenti da fondo, la sensibilità con la quale accarezza la palla per qualche invenzione estemporanea, sono tratti di un giocatore pronto per exploit di livello assoluto, quando le condizioni e magari un po' di buona sorte glielo permetteranno.

Ecco perché l'Italia che esce sconfitta, da quello Spiroudome che ci aveva regalato la prima Fed Cup, non dev'essere così severa con se stessa. Sarebbe servito un Fognini nella sua migliore versione, per avere una chance in più, oppure un Bolelli già al top della condizione. Così non è stato e in semifinale ci va il Belgio, atteso ora da un'altra sfida possibile contro l'Australia di Kyrgios, capace di chiudere al quarto singolare contro gli Stati Uniti. L'altra semifinale sarà tra Francia e Serbia, in grado di mettere al tappeto senza difficoltà Gran Bretagna e Spagna, prive dei loro campioni Murray e Nadal. Ancora una volta, la Coppa Davis si decide per via delle assenze, più che delle presenze, e la notizia (che in realtà non è certo una novità) avvalora la tesi di chi la vuole cambiare.