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ROTTURA PROLUNGATA

Pubblicato il 17 marzo 2017

Nel mondo dei cavalli, il termine 'rottura prolungata' si usa quando, nelle corse di trotto, il cavallo passa al galoppo e non viene rimesso in riga entro 200 metri. Nel tennis, bisognerà cominciare a usare questo termine se quei due davanti, Novak Djokovic e Andy Murray, continueranno in un percorso decisamente tortuoso che va avanti ormai da inizio anno. L'Australia dunque non era stata un episodio, se pure sul cemento americano di Indian Wells il serbo e il britannico hanno lasciato presto la compagnia, rispettivamente negli ottavi e al secondo turno. Roba da comprimari, non da primi della classe. Mentre, per contro, c'è un Roger Federer che non si ferma più, che ormai domina persino la sua bestia nera Rafa Nadal, e che si ripropone per una leadership del tennis mondiale francamente inattesa – fino a poche settimane fa – persino dai tifosi più irragionevoli.

Ma che succede a Djokovic e a Murray? Succede che sono due campioni sì, ma sono pure due giocatori che accanto al talento mettono una preparazione fisica e mentale invidiabile, fuori portata per tutti gli altri. O almeno, il concetto era valido fino a inizio stagione, o fino alla seconda parte del 2016, quando si è capito che Nole non sarebbe più stato quella macchina schiacciasassi vista nella prima parte. Lui minimizza, da bravo comunicatore qual è, in modo che alla stampa arrivi una versione addolcita di una crisi che è evidente ormai per chiunque, e che stavolta è stato Nick Kyrgios a portare alla luce. Murray, per contro, è meno attore nelle conferenze stampa, e dunque nasconde meno un malessere che denota una complessiva mancanza di fiducia nel suo tennis. Che per un numero 1 del mondo, non è esattamente la diagnosi più attesa.

In tutto ciò, gioisce chi sta appena dietro, come uno Stan Wawrinka sempre sull'orlo del precipizio, ma bravo a metterci il cuore nei due momenti decisivi delle sfide con Thiem e Nishioka, risolte entrambe per 7-6 al terzo parziale. Certo i punti di distanza sono ancora tanti, c'è una voragine da colmare per arrivare ai due lassù, ma pure lo scorso anno Djokovic pareva inarrivabile prima che l'inizio della crisi consentisse a Murray di intravedere una chance. E quindi di coglierla alla prima occasione utile. Insomma, il vertice del tennis mondiale maschile sta subendo una nuova piccola rivoluzione, che è travestita da restaurazione, considerata l'età dei personaggi che si stanno dimostrando più in forma. E tutto questo potrebbe non essere solo frutto del caso o dei problemi del duo di testa.

Potrebbe essere pure che il mondo del tennis, dopo anni e anni di omologazione, abbia capito che la strada per un futuro più divertente arriva dalla varietà: di superfici e di condizioni di gioco. Il cemento australiano un po' più rapido del solido ha aperto le danze, e il primo Masters 1000 stagionale sta proseguendo in questa direzione. Vien da farsi una domanda, a questo punto: quanti Slam avrebbe vinto, quante settimane al vertice sarebbe rimasto, Roger Federer, se campi e palle fossero rimasti quelli degli Anni Novanta? Non lo sapremo mai, e forse è meglio così. Ma è lecito che pure nella testa di Sua Maestà, ora che è tornato a dettar legge, sia passata questa domanda senza possibilità di risposta.