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IL RITORNO DEL MAGO

Pubblicato il 20 febbraio 2017

Oleksandr Oleksandrovy? Dolgopolov junior, ora per tutti solo 'Alexandr', è abituato a non dare punti di riferimento. Non ne dà ai suoi avversari, che spesso non riescono a capire le sue intenzioni, ma non ne dà nemmeno ai suoi (tanti) tifosi sparsi in giro per il mondo. Una volta su e una volta giù, in un'altalena che negli ultimi anni ha virato poche volte verso l'alto, con una conseguente discesa rapida nel ranking, da quel numero 13 raggiunto nel 2012 che pareva invece un momento di lancio verso i top 10. A Buenos Aires, 'Dolgo' è riuscito a centrare il trionfo in una prova del circuito a quasi cinque anni di distanza dall'ultimo, ottenuto a Washington proprio nel suo periodo d'oro. Da quel giorno sono cambiate tante cose, ma non è cambiata la capacità di questo folletto ucraino di creare tennis, di sfornare colpi al limite dell'impossibile, di trovare angoli e rotazioni sconosciute ai più. Ne ha fatto le spese pure Kei Nishikori, non certo l'ultimo arrivato, che in Argentina era giunto per fare bottino pieno, e che invece se n'è andato con una sconfitta in due set piuttosto dura da digerire.

Ormai da qualche tempo, chi scendeva in campo contro Dolgopolov non aveva più quel timore di qualche tempo fa. Un po' per via degli infortuni (l'ultimo a metà 2016), un po' per una malattia rara al fegato che lo ha debilitato a intervalli regolari (la Sindrome di Gilbert), un po' per una certa involuzione nell'atteggiamento tattico, se non nel gioco, l'ucraino di Kiev faceva decisamente meno paura. Esempi? Le sconfitte contro Ram, Young, Muller e Nishioka, raccolte negli ultimi dodici mesi. E, soprattutto, mai un exploit degno di questo nome: di fronte ai più forti, una resa quasi incondizionata, come se quella fantasia insita nel suo dna fosse evaporata insieme ai suoi sogni di gloria. Invece, a 28 anni, Alexandr ha ancora qualcosa da dire, e il ritorno tra i top 50 giunto questa settimana può essere un momento di rilancio, o almeno l'inizio di una seconda parte di carriera più lineare della prima. Una carriera in cui manca ancora un risultato che lasci il segno, magari negli Slam, dove c'è solo un quarto di finale in Australia (ma parliamo del 2011) a fare bella mostra.

Del resto di lineare non c'è davvero nulla, in questo ragazzo nato per giocare a tennis, che si ricorda sul campo già a 3 anni insieme a un suo connazionale capace di intascarsi una finale al Roland Garros, Andrei Medvedev. Nato nel tennis, cresciuto a pane e tennis, figlio di un ex tennista, Dolgopolov junior si è trovato quasi per forza a diventare professionista, sfruttando un talento raro, ma dovendo fare i conti con un fisico tutt'altro che adatto al momento storico in cui stiamo vivendo. Un fisico normale, addirittura fragile, che certo non gli consente di fare la differenza. Differenza che invece 'Dolgo' prova a fare attraverso i suoi colpi, tanto che negli anni si è costruito la fama di 'shot-maker' più fantasioso dell'intero circuito. Un personaggio da avvicinare con cautela, l'ucraino, con idee chiare e nessuna paura nell'esporle. “Gioco come so, nell'unico modo che mi hanno insegnato, ma sono consapevole di non essere come gli altri. La maggior parte delle volte è un vantaggio ma a volte può non esserlo. Capita quando non riesco a essere così concentrato sul tennis. Ho più colpi rispetto agli avversari, ma devo comunque essere preparato fisicamente e mentalmente, altrimenti è inutile avere tante opzioni”. Lo diceva quando era al top, chissà che oggi lo abbia finalmente capito.