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AUSTRALIAN CLOSED

Pubblicato il 23 gennaio 2017

Anche le certezze più solide possono sbriciolarsi nel giro di poco tempo. Arrivando in Australia, per il primo Slam dell'anno, il circo del tennis dava quasi per scontato che in fondo ci sarebbero arrivati loro: Novak Djokovic e Andy Murray. Va bene il ritorno di Federer, ma – si diceva – non potrà ritrovare subito la condizione perfetta, dopo sei mesi e passa di stop. Va bene che c'è pure Nadal, ma per ora – si diceva – resta uno o due gradini sotto. Va bene, ci sono anche gli altri, ma – si diceva – chi troviamo che faccia lo sgambetto a quei due? Raonic, Goffin, Tsonga? Non scherziamo. Appunto, non scherziamo. Ora bisognerebbe cercare di trovare una spiegazione al fatto che non solo i primi due giocatori del mondo non siano arrivati a giocarsi il titolo, ma che non siano giunti nemmeno alla seconda settimana. Ci proviamo.

Spiegazione numero 1: la pressione insostenibile. Già, sembra quasi paradossale parlare di pressione per due personaggi così abituati a vincere da oltre dieci anni a questa parte. Non sono due di primo pelo, Nole e Andy, ma forse questa situazione non l'avevano mai davvero vissuta. Uno, il serbo, che ha poche idee ma in compenso confuse, al punto da ritrovarsi con una panchina indecifrabile, tra addii tormentati (Becker) e arrivi non proprio apprezzati dai fan (Imaz). Con la conseguente incertezza strisciante che lo porta a momenti di black-out decisamente inattesi. L'altro, lo scozzese, che quando ha capito di avere la strada spianata verso la conferma della leadership, si è pure reso conto che stare in vetta implica una certa responsabilità al momento di prendere parte agli Slam. Perché sarà pur vero che ne ha già vinti tre, ma è altrettanto vero che sono molte più le finali perse (otto) e che nelle tre eccezioni il buon Murray non partiva mai chiaramente favorito. Mettiamoci infine il ritorno di Roger e Rafa, con la necessità di respingere il loro assalto, e il quadro si fa abbastanza chiaro.

Spiegazione numero 2: le condizioni di gioco più rapide. Contrariamente a quanto pensava Fernando Verdasco, campi e palle più veloci non hanno affatto favorito i primi due, tutt'altro. Certo Denis Istomin ci ha messo del suo, per riuscire a eliminare Djokovic al termine di cinque set di grande intensità. E ci è voluto un Mischa Zverev al limite della perfezione per tenere a bada i passanti di Murray. Ma se il fratellone di Alexander è riuscito a provocare una delle più grosse sorprese degli ultimi dieci anni, un contributo importante lo ha dato pure il campo della Rod Laver Arena, mai così adatto a una specie in via d'estinzione come quella dei seguaci del serve&volley. Un campo che in fondo dev'essere piaciuto pure a Roger Federer, considerato quello che Sua Maestà sta combinando nella parte alta del tabellone. Un segno che – forse – da un ritorno a superfici un po' più veloci, il mondo del tennis potrebbe solo trovare più equilibrio, e quindi più divertimento.

Tutto questo ha contribuito a far sì che un torneo dello Slam si ritrovi ora senza i due favoriti principali al traguardo dei quarti di finale, dato impensabile alla vigilia, che per trovare un precedente ha bisogno di risalire all'epoca pre-Fab Four. Un'incertezza che non trova esente nemmeno il torneo femminile, dove la numero 1 Kerber ha subìto un brusco stop dalla frizzante Coco Vandeweghe, ora attesa dalla testa di serie più alta rimasta nella sezione superiore, Garbine Muguruza (numero 7). Chi non sembra in difficoltà – e considerate le ultime uscite non era scontato – sono le sorelle Williams. Tanto Serena, che malgrado qualche inciampo non ha ancora perso un set, quanto Venus, approdata tra le prime otto zitta zitta, senza clamori, ma facendo parlare il campo.