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NADAL CON MOYA, UN AMICO IN PANCHINA

Pubblicato il 19 dicembre 2016

Era rimasto l'unico dei Fab Four a non cedere al fascino dell'ex campione in panchina, proseguendo con quello zio, il carismatico Toni, che lo ha fatto crescere fin dai primi colpi. Ora, anche Rafa Nadal ha deciso di ampliare il suo box per fare spazio a colui che non solo sarà un consulente tecnico, ma che è pure un amico e, in qualche modo, è stato l'ispiratore di una intera carriera: Carlos Moya. Di Maiorca pure lui, ex numero 1 del mondo (primo spagnolo a riuscire nell'impresa), Moya fu colui che a cavallo tra gli Anni Novanta e il nuovo Millennio riuscì a spostare la scuola iberica dalla terra battuta ai campi veloci, creando di fatto un nuovo modo di intendere il tennis per le generazioni a seguire. Il bel Carlos vinse sì il suo unico Slam sui campi rossi di Parigi, ma colse pure una finale in Australia e una semi a New York, risultati affatto usuali per i suoi connazionali in quel periodo.

“Toni mi ha chiamato – ha spiegato Moya – e mi ha chiesto se volevo dare una mano a Rafael. La cosa, ovviamente, mi ha riempito di orgoglio e non ho potuto che accettare. Rafa è un campione speciale ma prima di tutto, ai miei occhi, è una persona di valore e un grande amico. Sono sicuro che il nostro progetto avrà un futuro importante e che Nadal tornerà a vincere presto qualcosa di prestigioso”. È un impegno a 360 gradi, quello che attende Moya con la famiglia originaria di Manacor, perché l'ex numero 1 del mondo sarà impegnato anche sul fronte della nuova Academy aperta di recente dal vincitore di nove Roland Garros. Un sodalizio che sembrava quasi naturale, ma che ha avuto bisogno di tempo per maturare. Ha avuto bisogno, forse, di quella prova generale fatta da Moya con il canadese Milos Raonic, che ha portato quest'ultimo alla terza piazza del ranking Atp.

Ora i due sono pronti per dare vita a un progetto destinato probabilmente a proseguire anche dopo la fine della carriera di Rafa. Fine che comunque non appare così vicina. Quando il piccolo Nadal venne al mondo, Moya aveva 10 anni e già vinceva i suoi primi tornei nazionali, proponendosi come quella promessa che poi sarebbe sbocciata di lì a poche stagioni, in maniera dirompente. E quel piccolo Nadal, piano piano imparò a prendere Carlos come punto di riferimento, come pilastro di un'educazione allo sport che poi trovò in zio Toni un maestro d'eccezione. “È sempre stato molto ambizioso – diceva Moya di Nadal qualche tempo fa – ma nemmeno io che l'ho visto crescere e l'ho sempre stimato, avrei pensato potesse diventare uno dei più forti giocatori della storia del tennis”.

Un'amicizia mai incrinata nemmeno dai tanti precedenti (otto, 6-2 per Rafa), rafforzata da una Coppa Davis e da una valanga di episodi di vita quotidiana da raccontare. Era Moya l'amico con cui giocare partite infinite alla 'play', era Moya quello con cui confidarsi e al quale chiedere consigli dopo una giornata storta. Era Moya quello che non si perdeva un suo match, anche quando Carlos era già finito fuori dal torneo. Sarà molto più di un sodalizio tecnico, dunque, quello che ha preso il via da pochi giorni. Sarà qualcosa di molto diverso da tutte le altre partnership tra numeri 1: Djokovic-Becker e Federer-Edberg (ormai terminate), o Murray-Lendl (finita e poi ripresa). Sarà un progetto che è destinato a durare, ad ampliarsi e a mettere radici. Per il bene del tennis spagnolo, e forse anche di tutto il movimento. A prescindere dal fatto che Rafa lo si ami o meno.