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LA DAVIS DELL’EQUILIBRIO

Pubblicato il 23 novembre 2016

I precedenti dicono Argentina, il fattore campo suggerisce di puntare sulla Croazia. La realtà è che la finale di Davis di Zagabria, ultimo atto del 2016 tennistico, non ha una vera favorita. Da una parte ci sono Cilic, Karlovic, Coric e Dodig; dall'altra Del Potro, Delbonis, Pella e Mayer. Facile intuire come non ci sia nessuno in grado di fare la differenza da solo. Nemmeno quel Del Potro che quest'anno è tornato grande riuscendo persino a commuovere colleghi e tifosi. Croazia-Argentina parte alla pari, 50 e 50, come tante sfide nel torneo che assegna l'Insalatiera più famosa del mondo. E il campo, non così rapido come si temeva, andrà a limare ancor di più le differenze di partenza, andrà a spuntare le armi ai bombardieri e dunque a rimescolare le carte a ogni game, a ogni singolo quindici.

I padroni di casa sognano di ripetere il miracolo del 2005, con la loro prima (e finora unica) vittoria, ottenuta a Bratislava ai danni della Slovacchia. Era un'altra epoca: c'erano Ivan Ljubicic e Mario Ancic (che decise la sfida piegando Mertinak), c'era persino Goran Ivanisevic, mentre l'unico presente allora come oggi è il gigante Ivo Karlovic, 37 anni di ace e servizi vincenti. Per contro i sudamericani sono alla quinta finale, ma le precedenti quattro le hanno perse con tanti rimpianti, l'ultima nel 2011 contro la Spagna di Rafa Nadal. Lì, sulla terra battuta di Siviglia, Del Potro si fece irretire dalla regolarità di Ferrer e dalla classe di Rafa, perdendo entrambi i singolari e mancando così la chance di diventare l'eroe di un'intera nazione. Un incubo cominciato in realtà tre anni prima a Mar del Plata, sempre contro la Spagna, quando a spegnere le ambizioni di Palito era arrivato addirittura Feliciano Lopez.

Ora dunque è il momento del riscatto, per uno dei grandi protagonisti della stagione. Il momento di prendersi sulle spalle i compagni e andare a caccia di quel successo che per il tennis argentino avrebbe un sapore davvero speciale. Sì, perché è vero che nel frattempo 'Delpo' si è messo in tasca uno Slam (gli Us Open del 2009) e qualche altro trofeo di prestigio, ma per un popolo così unito, così orgoglioso come quello albiceleste, centrare un trionfo di squadra avrebbe tutt'altro sapore. Ancor di più, considerando le tante schermaglie vissute all'interno dello spogliatoio negli ultimi anni, con gelosie e ripicche sedate a fatica. Sarebbe, per l'Argentina, il momento più alto di un movimento tennistico che ha sempre prodotto ottimi giocatori e spesso ha sfornato campioni in grado di fare la storia. Da Vilas a Clerc, passando per Mancini, Gaudio, Coria, fino ad arrivare al genio scostante di Nalbandian e al talento fragile di Del Potro.

La Davis torna con le sue paure, con le sue incertezze, con quell'alchimia che ne fa un evento a sé, nel panorama tennistico mondiale. Un evento capace di muovere i sentimenti delle folle come pochi altri nel mondo dello sport. E che proprio in Croazia e Argentina trova due espressioni simbolo di questa passione. Due Paesi così legati alla propria storia, così orgogliosi delle proprie radici, da fare di ogni partita una questione vitale. Perché, come diceva David Dinkins, ex sindaco di New York, “Il tennis non è una questione di vita o di morte, è molto di più”.