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DA PARIGI A LONDRA, IL REGNO DI ANDY

Pubblicato il 7 novembre 2016

Ha vinto il suo primo torneo da numero 1 in pectore nel modo a lui più congeniale, con le armi che gli sono valse il primato: difesa e resistenza. Parigi Bercy incorona un Andy Murray legittimo padrone del tennis mondiale, gli regala il settimo sigillo (ottavo se contiamo Rio) di una stagione d'oro e respinge un John Isner capace comunque di vendere cara la pelle, mettendo in seria difficoltà lo scozzese per oltre due ore. Fino a quando, sul 30 pari del decimo gioco del terzo set, due passanti di rovescio hanno obbligato l'americano a volèe troppo complicate per uno della sua stazza. Il 26° numero 1 della storia dell'Atp si presenterà dunque alle Finals di Londra con una serie aperta di quattro tornei vinti consecutivamente: Pechino, Shanghai, Vienna e Parigi appunto. Un bel biglietto da visita, ma pure una certa fatica da smaltire che potrebbe condizionarlo di fronte a rivali meno in fiducia ma più freschi.

A Bercy, a un certo punto, pareva di essere tornati indietro di una ventina d'anni, con Isner paragonabile a quel Goran Ivanisevic vincitore nel 1993, fischiato per l'enorme quantità di ace e servizi vincenti sparata nel Palais Omnisports di fronte a spettatori ormai oltre la fase di noia. Solo che i tempi son cambiati, e se è vero che Isner di ace ne ha messi comunque in fila 18, non pochi, dall'altra parte c'era però un ribattitore di qualità impensabile fino a qualche stagione fa. Così Murray, rispondendo sempre quando ne ha avuto la benché minima possibilità, ha piano piano tolto fiducia al rivale, chiudendo per 6-3 6-7 6-4 prima di arrivare a un secondo tie-break che forse, a quel punto, avrebbe visto lo yankee leggermente favorito. E partire con una sconfitta, subito dopo essere stato investito del ruolo di leader del circuito (anche da Federer, che lo ha omaggiato con un tweet), sarebbe stato davvero poco piacevole.

Ora dunque occhi sul Masters, o meglio sulle Atp Finals, come si chiamano da qualche anno a questa parte. Dal 13 al 20 novembre a Londra troveremo, oltre al padrone di casa Murray e a Djokovic, anche Wawrinka, Raonic, Nishikori, Monfils, Cilic e Thiem: un parterre un po' zoppo, per via delle assenze di Rafa Nadal e Roger Federer, ma comunque ci sarà la curiosità di capire se il regno di Murray potrà rafforzarsi, oppure andare incontro subito a qualche pericolo. Un pericolo che ha un nome e un cognome, Novak Djokovic, in crisi di risultati certamente, ma altrettanto sicuramente troppo orgoglioso per lasciar finire male un'annata cominciata con la speranza di conquistare il Grande Slam.

Proprio quella fatica, fisica e mentale, che il serbo ha pagato nella seconda parte della stagione, potrebbe diventare altrettanto pesante da sopportare per l'attuale numero 1 del mondo, ormai ininterrottamente sul pezzo da due mesi, per cercare di raggiungere la vetta. Quando si vedrà ufficialmente lassù, Andy potrebbe pure avere un momento di appagamento, solo qualche secondo forse, ma utile a fargli tirare il fiato al termine di questa folle maratona. Mentre gli altri, da Djokovic in giù, sono già pronti a fargli lo sgambetto.