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ZAR ALESSANDRO PRIMO

Pubblicato il 26 settembre 2016

Dove, se non nella città che fu sede della Corte degli Zar, poteva mettere il primo sigillo Alexander Zverev, nuovo Zar del tennis? San Pietroburgo ha consegnato il titolo al tedesco di origine russa, colui che a soli 19 anni sembra poter davvero arrivare presto a completare quello che sembrava un compito impossibile per la 'NextGen': sovvertire le gerarchie del circuito mondiale. Del resto quest'anno, sotto i suoi colpi, era già caduto Roger Federer, ma il torneo di Halle non si era chiuso in bellezza, con la sconfitta nel match decisivo subita dal connazionale Florian Mayer. Stavolta, invece, il capolavoro è stato completato, con la vittoria su Stan Wawrinka a concludere la settimana più importante di una carriera che, forse, da oggi potrebbe prendere tutt'altra piega.

Certo Zverev non farà salti straordinari nel ranking, resterà al di fuori dei top 20 ed è lontanissimo dalla vetta. Ma vederlo giocare lascia quella sensazione speciale che si prova davanti ai fenomeni, ai predestinati. Se ne è accorto l'uomo del momento, il vincitore degli Us Open, che pareva avere la partita in mano, dopo il break in avvio del terzo parziale. Invece lo Zar non ha mollato la presa, ha obbligato lo svizzero alle corde, lo ha costretto all'applauso quando ha messo in campo una volèe di diritto degna del miglior Edberg in una situazione di punteggio quanto mai delicata. E ha chiuso senza tremare dopo aver colto un altro break all'undicesimo gioco. Una partita che di sicuro ha visto un contributo di Stan, non così brillante come in altre occasioni. Ma nella quale si è visto soprattutto il carisma, il carattere di un campione in formazione.

Tempo fa l'ex numero 3 del mondo Ivan Ljubicic, commentando l'epoca dei Fab Four, prevedeva che le stelle del futuro, quelle destinate a prendere il posto di Djokovic&Co, avrebbero dovuto cambiare decisamente modo di giocare. Non più quel tennis di pressione continuo da fondo, ad alto ritmo, con poche variazioni, che ci stanno mostrando i primi della classe. Ma un gioco a tutto campo, più aggressivo, più votato alla ricerca del punto e meno a provocare l'errore altrui. Ebbene, Zverev sembra fatto apposta per confermare questa previsione. Perché i suoi fondamentali sono pesanti come macigni e possono fare male in ogni momento, perché la ricerca della rete magari non sarà costante (non potrà esserlo per nessuno finché i materiali saranno questi), ma il suo gioco di volo è tutt'altro che da sprovveduto. Un incrocio ben riuscito, per restare in tema di russi, tra un Safin e un Kafelnikov. Con meno pazzia e più concretezza, in perfetto stile germanico.

Alexander Zverev, se non accade nulla di straordinariamente negativo, sarà a breve tra i top 10. E da quel momento ci si potrà davvero divertire. A patto che arrivi qualcuno, un po' sotto quella fatidica soglia dei 30 anni (la media degli attuali re del circuito), a mettere un po' di pepe. Magari quel Lucas Pouille (22) che nella stessa giornata del trionfo del tedesco, metteva il sigillo sul torneo di Metz, piegando in finale un altro esponente della 'NextGen', Dominic Thiem (23). Tutti personaggi che devono crescere, ma che fin da adesso ci lanciano segnali incoraggianti: se il tennis di vertice se lo spartiranno loro, tra qualche anno, continueremo a divertirci come abbiamo fatto nell'ultimo decennio. Forse, pure di più.