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Pericolo Monfils?

Pubblicato il 7 settembre 2016

Mentre Novak Djokovic incassava la terza vittoria per ritiro di uno Slam decisamente inusuale per lui, il derby francese Tra Gael Monfils e Lucas Pouille emetteva un verdetto chiarissimo, con 'La Monf' in grado di dominare il suo avversario ben oltre quelle che erano le aspettative. Il 30enne parigino sta vivendo il suo miglior Major in carriera, con la semifinale che eguaglia il risultato ottenuto a Parigi 2008. Fa un po' strano parlare in questi termini di un talento che fin dai suoi esordi era stato indicato come un possibile vincitore dei titoli più importanti. E che invece strada facendo si è costruito una poco invidiabile fama da 'loser' cedendo spesso a pochi metri dai traguardi che contano. Chiedergli di invertire la rotta a New York forse non è troppo azzardato, e a supporto di una sorpresa che avrebbe del clamoroso c'è un percorso fin qui degno di un dominatore: nessun set ceduto di fronte a Muller, Satral (e passi), ma pure ad Almagro, Baghdatis e Pouille appunto. Roba da stropicciarsi gli occhi.

Il problema del numero 10 del seeding sono i passi che restano da fare per arrivare in fondo. Fin dalla semifinale. Perché è vero che Djokovic è stato graziato dai ritiri di Vesely, Youzhny e Tsonga, ma è altrettanto vero che resta sempre il grande favorito, in più aiutato da un tabellone talmente agevole che persino il serbo – ad ogni intervista – fatica a togliersi dall'imbarazzo. Negli scontri diretti con Nole, Monfils è sotto 12-2 e ha vinto l'ultima volta nel 2004, quando lui aveva 17 anni e il suo rivale 16. Il torneo era il Futures di Bergamo, e il transalpino andò a segno per 6-4 6-7 6-2. Poi, solo sconfitte, anche se alcune di queste non proprio nette. Come nel 2014, in Canada (6-2 6-7 7-6) o nel 2009 a Parigi Bercy (6-2 5-7 7-6). O – ma torniamo agli albori della rivalità – nel 2005 al primo turno dell'ultimo Slam stagionale, con Djokovic in trionfo per 7-5 al quinto.

Insomma, per trovare un appiglio e sperare in una partita (che almeno finisca, verrebbe da dire, visto l'andazzo) ci vuole buona memoria e una certa dose di ottimismo. Quell'ottimismo che Monfils fa emergere dai suoi occhi e dai suoi balzi, fin da quando non ancora maggiorenne cercava di imparare dai suoi maestri vivendo di tennis 24 ore al giorno, nel Centro tecnico della FFT, la Federazione francese, al Roland Garros. Gael è sempre stato personaggio, è sempre stato tra i più amati dal pubblico di ogni latitudine, ma può avere il legittimo rimpianto di essere apparso in contemporanea con una generazione di fenomeni che ha cambiato la storia del tennis. Ai tempi della sua prima sfida con Djokovic, per esempio, in vetta al ranking c'era già Roger Federer, ma alle sue spalle si trovavano i Roddick, i Ferrero e i Coria, che complessivamente di Slam ne hanno vinti due, mica cinquanta. Per tacere dell'anno prima, il 2003, quando al vertice c'era Lleyton Hewitt. Tocca al francese ora, giunto alla maturità dei trent'anni, prendersi quello che ha sempre desiderato per considerarsi un campione doc. Djokovic e Murray permettendo.